Una volta alle scuole superiori ci dissero che avremmo partecipato a una giornata di formazione. Ci portarono in un’altra scuola insieme a tante classi e ci fecero dividere in gruppi. Lo scopo di ogni gruppo sarebbe stato immaginare una forma di impresa. Un esperto formatore di imprenditori l’avrebbe successivamente analizzata e criticata.

Il mio gruppo non aveva molta voglia di lavorare e, essendo formato solo da ragazzi, perdemmo parte del tempo a “slumare” (scrutare) le ragazze delle magistrali.

Ad un certo punto però decisi di prendere in mano la situazione e proposi la mia idea: realizzare una specie di caffé letterario che comprendesse uno spazio culturale un po’ chic e uno spazio culinario gestito da una coperativa sociale, in modo che potessero lavorarvi persone socialmente svantaggiate.

La mia idea riuscì a convincere gli altri membri, subendo solo qualche aggiustamento di carattere estetico che non ricordo di preciso, e integrando nel progetto una sala prove.

Credevo come sempre di avere avuto un’idea bellissima, ma non ero sicuro che avrebbe riscosso l’entusiasmo dell’assemblea e del formatore: così proposi un altro per l’esposizione, per tutelarmi da un’eventuale figuraccia.

Accadde infatti che il forma-imprenditori derise con gusto il progetto, sostenendo con un eufemismo che come imprenditori ci saremmo accontentati di poco. Il nostro poteva essere al massimo un progetto no-profit.

Capii allora, grazie a questa splendida giornata offerta dal liceo scientifico Rambaldi-Valeriani, che l’impresa non è quando realizzi qualcosa che ti piace, ma quando realizzi qualcosa che ti fa diventare ricco.

Successivamente, all’università, ebbi modo di sperimentare questo cambio di prospettiva: un mio amico era davvero squattrinato e affamato, ed io volevo aiutarlo. Decisi allora di andare a fare la spesa per fargli cucinare qualcosa a casa sua, visto che lui, a differenza mia, era un gran cuoco. Spesi 4 euro. Siccome non aveva neanche gli attrezzi da cucina li portai da casa. Cucinò un chilo di ottima pasta, con la quale ci saziammo. Avanzavano però 800 grammi. Decisi così di vendere 6 piatti da circa 120g ai suoi coinquilini e i loro amici, che erano appena tornati da lezione. Con la modica cifra di 1.50 comprarono un piatto a testa. Siccome avevo fatto io la spesa e gli arnesi erano i miei, mi sembrò giusto trattenere tutti i 9 euro ricavati. Avevo così guadagnato 5 euro ed avevo anche fatto l’opera di bene di sfamare il mio amico, oltre a vendere la pasta a un prezzo ragionevole. Questo è fare impresa, in più socialmente utile.

Ecco, per il duemilatredici Leone ti suggerisco due buoni propositi: il primo è smetterla di delegare ad altri la responsabilità delle tue pessime idee. Abbi il coraggio di esporti. Il secondo è dare alle cose il proprio giusto nome, non confondendo il no-profit con qualcosa che invece si chiama CAPITALISMO.

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