La sensazione di avere un deja vu mi aveva accompagnato durante la breve coda affrontata fuori dal seggio. Avevo dato un’occhiata veloce ai cartelloni affissi fuori con la lunga lista dei nomi dei candidati. Nel frattempo il leggero strato di neve accumulatosi sul giubbotto si era sciolto e tramutato in un acqua.

All’ingresso nell’aula scolastica ho tirato fuori la carta d’identità, col solito dubbio che fosse scaduta, ma non lo era. L’ho porta alla scrutatrice assieme alla tessera elettorale, lei ha letto il mio nome e ha iniziato a cercarlo nel registro blu. Mi ero già accostato all’altro scrutatore, quello con le schede e le matite, allungando timidamente il braccio per facilitare la presa.
Ma la ragazza, trovato il mio cognome, è arrossita. Si è alzata ed è andata a consultarsi col presidente di seggio. In quel momento ho iniziato a sentirmi febbrilmente colpevole di qualcosa, e il mio corpo si è avvampato di calore.
Il presidente, con passo grave e solenne, si è avvicinato e mi ha chiamato per nome.
“Santini Amedeo?”.
“Presente”, ho risposto stupidamente, con la gola già secca.
“Lei ha già votato”.

Non so quanti secondi siano passati, non li ho contati. Ma da quel momento un fischio potente si è installato nel mio cervello senza soluzione di continuità. Ho provato a rispondere, tremando, “come ho già votato?”, ma non saprei se qualche suono sia uscito dalla mia bocca.

Senza sapere come mi sono ritrovato nell’auletta insegnanti della scuola, tra una torta alla crema mezza mangiata e una bottiglia di coca cola, assieme a due dei finanzieri che sorvegliano i seggi. Ero seduto a un tavolo con le mani sulla fronte e i gomiti appoggiati, in una sensazione di lieve abbandono, inconsciamente convinto di essere in stato di fermo.

I finanziari mi guardavano immobili. Cos’avrei dovuto fare? Mi è sembrato naturale provare a giustificarmi, pur non sapendo esattamente cosa avevo fatto. Così ho iniziato a parlare.
“Sono arrivato, ho parcheggiato, mi sono messo in coda per votare alla 5, come faccio sempre…”
“Ma lei ha già votato, immagino che sappia che non si può votare più di una volta a testa”.
“Ma io…sì, certo.”
Più ci pensavo e più mi sembrava palese il fatto di essere colpevole. La mia tessera elettorale, avevano verificato, era già stata timbrata. Nel registro il mio nome era già stato registrato, secondo gli scrutatori almeno quattro ore prima.

Ricordo, sì, che stamattina ero molto agitato. In realtà erano diversi giorni che ero molto agitato. Stanotte non ho dormito, completamente assorbito dalla mia ossessione.
Non potevo pensarci. Trentacinque anni, decine di elezioni e un problema diventato sempre più imbarazzante.
Ricordo bene la prima volta che ho votato, il ritorno a casa, il pranzo domenicale, poi gli scrutini e quelle facce. Le facce incredule, le facce tronfie, le risate esaltate del conduttore di quel telegiornale.

Ho passato quasi due decenni a chiedermi come fosse possibile, come tutto ciò fosse  possibile. Nei momenti più lontani dalle elezioni riuscivo quasi a essere rilassato, ma poi, soprattutto negli ultimi tempi, con l’avvicinarsi della campagna elettorale diventavo sempre più schivo e chiuso, meticoloso e maniacale. Facevo fatica a confrontarmi con altre persone per paura delle loro affermazioni e dei loro giudizi. E poi, vicino alla data del voto, si impossessava di me un’atavica paura di sbagliare, di dimenticare, di fallire il voto.
Non so se ci avete mai pensato, ma quando ti danno la scheda in mano, da quel momento, tutto può andare storto. Se la matita tocca la scheda mentre cammini verso la cabina puoi lasciare un segno e avere una scheda già nulla fra le mani. Se la bagni, se ti si strappa, se cadi, se svieni. Una volta uno nel mio seggio è morto mentre votava. Giuro, è morto nella cabina appeso al ripiano di ferro.
E poi quando la apri, con quel profumo aspro di carta copiativa: tanti simboli, alcuni molto simili tra loro. Ecco, quello è il momento di massimo panico.
Ho paura di non riuscire a fare il segno dove vorrei. Ho paura che possa succedere.

“No, non può essere successo” ho urlato improvvisamente davanti ai finanzieri.
“Che cosa?” ha chiesto allarmato uno di loro. Sentivo il suo forte profumo di dopobarba.
“Santini, ci racconti tutto”. Ha detto l’altro calmo e con tono paterno.
Allora sono scoppiato a piangere e, tra le lacrime e i singhiozzi, una realtà spaventosa ha iniziato a schiarirmisi sulla faccia.

Avete presente quando a scuola eravate agitatissimi per l’interrogazione di fisica e imploravate Dio o il fato che non vi chiedesse l’unica cosa che proprio non avevate capito? “Fa che non mi chieda il secondo principio della termodinamica, ti prego, fa che non mi chieda l’entropia”.
Passavate tanto tempo a pregare che non vi chiedesse l’entropia che magari avreste fatto in tempo a studiarla, però quella proprio non ci entrava nella vostra testa.
Ma non si può nascondere le proprie paure quando sono così forti che parlano da dietro i vostri occhi. “Santini, cosa dice il secondo principio della termodinamica?”.
Se non era la prof. a chiederlo, indovinando tra le vostre paure, eravate voi stessi a costituirvi, facendovi scappare freudianamente la parola entropia, o principio, o termodinamica, perché in fondo nella vostra testa c’erano solo quelle tre parole, un tabù troppo scandaloso per non tornare fuori. “Ah ecco Santini, parlami dell’entropia”. E voi non vi capacitavate del perché, pur sapendo che non dovevate pronunciare quelle parole, le avevate dette.

“Stamattina mi sono alzato prestissimo, ben tre ore prima dell’apertura dei seggi. Avevo temporeggiato a computer per non venire qui sembrando un maniaco. Avevo studiato la legge elettorale per la sessantesima volta e le modalità di voto. Solo una croce. Non scrivere niente.
Alle dieci circa mi sono presentato ai cancelli della scuola “Pitagora” di via Rossini, che è questa. Avevo aspettato il mio turno, venuto dopo una coppia di anziani. Mi sono state consegnate le schede e mi hanno indirizzato alla cabina numero due. Le ho stirate con cura…ho guardato i simboli ma…non riuscivo a leggere niente.
Gli occhi mi si incrociavano, i colori si mescolavano sullo sfondo verde e su quello rosa.
Poi qualcosa si è impossessato di me, è stato…è stato un lapsus, oppure un errore. La matita ha tracciato un segno dritto e orizzontale sul pallino blu con scritto Berlusconi.”
Un finanziere a quel punto si è alzato e ha bevuto un sorso di coca cola. Io ero una maschera rossa di pianto, ma non potevo più fermarmi.
“A quel punto sono andato nel panico, ha iniziato a girarmi la testa. Mi sentivo svenire. Ricordo di aver fatto un passo indietro, poi uno in avanti, muovendo freneticamente le dita dei piedi. Mi sono riavvicinato alla scheda e ho provato a cancellare il segno orizzontale con uno verticale. A quel punto avevo tracciato una croce. Sulla croce poi ho tracciato una ics, ma niente, stavo continuando a votare Berlusconi.
A quel punto ho pensato che da un momento all’altro sarebbe entrato il presidente di seggio a chiedere conto, oppure mio nonno, oppure Travaglio.
Nel panico più totale, non sapendo come fare, ho riappallottolato in fretta la scheda, separandola dall’altra, che ho lasciato bianca, e sono uscito.
Ostentando una specie di serenità ho barcollato fino al cartone e ci ho infilato dentro i fogli. Ho ripreso i documenti e sono uscito senza voltarmi, addirittura canticchiando eh Vendola Vendola, per non dare nell’occhio.
Dopo ricordo di aver passato mezz’ora al bar, sorseggiando un cappuccino. Poi sono tornato a casa e mi sono infilato sotto le coperte.
Quando mi sono svegliato probabilmente ho pensato che fosse stato solo un incubo, e il mio incoscio ha fatto il resto. Avevo rimosso tutto. Ora, vi prego, arrestatemi.”