Questo l’ho scritto per l’Appendice, non so se me lo pubblicheranno.

Proprio nel momento della storia della repubblica in cui la classe politica sembra toccare il punto più basso e l’avere classe, in politica, tra colpi bassi, scandali, cazzi di legno, strilloni e premier vestiti male, sembra essere tremendamente fuori moda, la “classe” come “lotta di-” è tornata inaspettatamente sulle labbra di tutti.
Solo che non si capisce cosa voglia dire oggi lotta di classe, chi la dovrebbe fare e come. Personalmente sono molto confuso.
C’è chi dice, come George Soros, che la lotta di classe c’è e la sua classe la sta vincendo (Soros è un miliardario, quindi presumo non sia dalla mia parte).
Ce lo dice anche Occupy Wall Street che loro sono l’1%, sono la classe dei ricchi e potenti.
Ma noi, quelli del 99%, invece, chi siamo?
Non siamo proletariato, perché la prole non ce l’abbiamo, perché non la vogliamo o perché non ce la possiamo permettere. Non siamo borghesi, perché piccola borghesia si dice che si sia impoverita e che si sia schiacciata sulla classe inferiore. Non siamo la classe operaia, perché gli operai che producono i mezzi di produzione ormai sono altrove.
Siamo forse la classe precaria? Ma come fa un gruppo precario a riconoscersi in qualcosa di fisso? È culturalmente impossibile.
Quindi come si organizzerebbe questa classe che non si sa neanche che classe sia?
Non c’è più il partito comunista o, se vogliamo, ce ne sono troppi. Così tanti che nessuno sa più cosa voglia dire essere comunista. Ed essendo sparito l’unico che lo sapeva (i comunisti sono tutti quelli che si schierano contro di me, cioè Berlusconi), ci troviamo in una crisi di identità terribile.
In base a cosa ci dovremmo unire e lottare? Ci stiamo sul cazzo anche tra di noi! Siamo una specie di armata Brancaleone senza Brancaleone.
Stavo quasi per perdere le speranza quando ho avuto un’idea geniale: secondo me la classe è un’invenzione del potere, che ha inventato questo personaggio, Marx, come in 1984 il potere ha inventato Goldstein, che è fintamente l’ideologo degli oppressi. Inventandosi le classi i potenti hanno legittimato la differenza di classe, facendo in modo che tutti volessero essere come loro, vestirsi come loro, avere le cose che hanno loro. Così è nata la moda e sono nate le diverse accezioni della parola classe. Così è nato anche il detto “la classe non è acqua”, che in fondo stabilisce la superiorità della classe sull’acqua, che essendo un bene comune al quale tutti dovrebbero avere diritto, è proprio l’antitesi di qualcosa che è solo di pochi.
Ma gli stolti capitalisti hanno voluto troppo, compiendo così un errore fatale: hanno tentato di privatizzare l’acqua e ignorato il referendum, privandosi della negazione identitaria di se stessi, che hegelianamente parlando corrisponde al passaggio necessario per riconoscersi come soggetto (un errore che Berlusconi non avrebbe mai commesso). Ci hanno così mostrato la via per la vittoria.
A questo punto la nuova teoria della lotta di classe emerge con chiarezza cristallina, proprio come l’acqua: così come non si può vincere il razzismo organizzando una classe di neri che combatta i bianchi, non si può lottare contro il capitalismo organizzandosi in una classe di poveri che combatta dei ricchi (per giunta armati).
La verità è che non bisogna organizzarsi affatto. Ma non come gli anarchici, che nella loro volontà di non strutturarsi esprimono una resistenza. Bisogna non opporre resistenza alcuna e lasciare che si prendano tutto. Anzi, se possibile, bisogna regalare loro tutto quello che si ha: casa, lavoro, diritti, frutta, verdura, conserve, vestiti, tutto. A quel punto avranno proprio tutto e i loro soldi non serviranno più a niente, si metteranno a piangere e vorranno essere poveri.
Ed è qui che noi li aspetteremo, al varco, in piedi dietro soglia della povertà calcolata dall’ISTAT.
Fateci entrare, diranno, vogliamo essere poveri!
E noi, che non siamo bastardi come loro, glielo consentiremo.

La tassa sulla sfiga

5 maggio 2012

giovedì 26, ore 9, via San Vitale, Bologna

“Sono qui per incassare il jackpot”

“Come scusi?”

“Il montepremi”

“Sì…un secondo che controlliamo il suo biglietto”

No, non è stato come quando hai un piccolo verme nel cervello che pian piano cresce nutrendosi dei tuoi neuroni e alla fine prende il possesso di te. Non è una pulsione repressa che pian piano esplode. E’ stato più simile a quando ti rendi conto improvvisamente di una scritta su un muro davanti al quale sei passato un milione di volte: all’inizio rimani stupito, ma poi capisci che avevi già interiorizzato la sua presenza, solo non l’avevi mai decifrata.

Ecco, io sapevo di avere quest’arma a disposizione, tant’è che ne avevo sempre valutato i termini di utilizzo e la pericolosità, fin da bambino: un po’ a me e il resto ai poveri; oppure tutto a me ma con una precisa finalità sociale; oppure tutto ai poveri. E’ difficile rimanere se stessi con un sacco di soldi. Infatti non avrei mai voluto dover ricorrere a questo rimedio estremo.

Il fattore scatenante sono stati i quattro giorni di ferie consecutivi che mi sono preso. Non so quanto tempo fosse che non lo facevo.

Purtroppo i risvegli lenti e assolati, le ore passate in cucina ad ascoltare musica e sperimentare ricette, le ore passate a leggere, mi hanno ravvivato istinti e sensazioni incredibilmente piacevoli. Ho ricominciato a pensare e progettare in maniera grandiosa. E’ stato allora che ho riflettuto sulla mia condizione: fare fotocopie per poter studiare, studiare poco per dover lavorare, restare ancorato all’equidistanza tra l’obiettivo che accresce e la difficoltà di raggiungerlo. Tutto quello che mi piace fare non è retribuito e alla fine mi affatica. E’ un circolo vizioso, la mia vita è un pendolo che oscilla tra noia del lavoro e il dolore del lavoro che non riesco a fare.

E così ho deciso di usare l’arma segreta, perchè io non posso lavorare, non voglio più lavorare. Lavorare mi fa male.

E paradossalmente è stato il mio noioso lavoro a indicarmi la strada, martedì 24, ore 15, via Belmeloro, Bologna

“devo fotocopiare tutte le pagine, tranne pagina 12, 15, 30, 40, 41, 55”

“numero jolly?”

“come scusi?”

“no, niente, chiedevo, oltre a queste sei pagine che devo fotocopiarle mi può indicare un numero jolly? Me lo scriva qui”

“beh in effetti la 62 non so se la devo fotocopiare o meno”

“perfetto”

Alle 18.00 ho finito di lavorare e con i muscoli tesi ho percorso quei 50 metri che mi separavano dalla fine del mio contratto di apprendista. Nella ricevitoria non c’era nessuno, ci ho messo meno di un minuto a compilare il mio modulo di pre-licenziamento: 12,15,30,40,41,55. Numero jolly 62. Erano tre ore che ripetevo i numeri accarezzandoli nel post-it blu che avevo infilato nella tasca sinistra.

Così non mi restava altro da fare che aspettare 24 ore, onorando con impegno e dedizione l’ultima giornata lavorativa della mia vita. Certo avrei potuto togliermi qualche sfizio, tipo dire a quello studente di giurisprudenza che non mi deve ripetere ogni volta come si fanno a non mischiare i fogli dei suoi appunti del cazzo; oppure urlare agli studenti arroganti (soprattutto gli odontoiatri e i medici) che un giorno i poveri verranno a prendere tutto quello che hanno accumulato e a loro non resterà che pregare di lasciarli almeno vivere. Poi ho pensato che dal giorno dopo sarei stato ricco come loro e quindi ho preferito mantenere la pacatezza che mi si confà, onde evitare di fare brutta figura in seguito.

Alle 20.30 di mercoledì ho guardato, per puro perfezionismo, i numeri estratti, poiché ero convinto di avere vinto, ne ero sempre stato convinto. Ma i numeri erano sbagliati. Allora ho chiamato la Giò, abbastanza perplesso:

“avrai sbagliato la data dell’estrazione”

“che idiota!”

quindi ho cercato la data giusta. Ma con mio sommo sbigottimento c’era un errore. Allora ho chiamato l’agenzia italiana del gioco del superenalotto. Mi ha risposto una voce femminile molto cordiale.

“Sì salve avrei bisogno di sapere i numeri estratti del concorso odierno…sì, glieli leggo: 12,15,30,40,41,55, numero jolly 62….sì…no. Eh? Come…che cazzo vuol dire che ho fatto uno? No…no ma si figuri, guardi…la ringrazio, domattina andrò direttamente in ricevitoria…grazie ancora…a lei”

Venerdì 27, ore 19.30, piazza San Martino, Bologna

“Ciao Francè, come va?”

“Bene grazie, e tu?”

“Francè benissimo. Ho capito che non devo lavorare, che lavorare fa male”

“E mò l’hai capito? Dopo dieci anni che pensi? Meglio tardi che mai. Vabbuò e quindi? Giochi al superenalotto?”

“Come fai a saperlo? E’ la soluzione definitiva!”

“Sì è proprio la soluzione definitiva: è la tassa sulla sfiga”.

Falsari

2 maggio 2012

Una ragazza mi paga con una banconota falsa. Io le dico non ti preoccupare, la rigiro al primo che arriva. Poi arriva il primo che doveva arrivare e gli dico: ti do questa banconota falsa, è un problema? Tanto la giri al primo che arriva. Lui dice: no, nessun problema.

Ed ecco che una cosa che non vale niente perchè falsa ha lo stesso valore di quella che ha valore perché è vera.

Tutti sanno che quello che hanno in mano non vale niente se non possono scabiarlo, se tutti danno valore a quello che hanno e a quello che hanno gli altri le categorie di vero e falso non sussistono.

Credo che dovremmo dare tutto meno per scontato. Che poi che vuol dire “scontato”?

 

Ultimamente mi capita spesso di dire o pensare frasi come questa: è difficile chiedere a una scimmia di comportarsi come un coyote. Oppure questa: non puoi applicare i criteri della raccolta delle rape alla distribuzione delle patatine fritte.

Non so se c’è un motivo preciso per il quale queste frasi mi si compongano nel cervello come aereoplanini fatti di Lego. Non puoi chiedere a un aeroplanino fatto di Lego di trasportare bambini piccolissimi fatti di carne.

Un’altra cosa che penso è che non puoi chiamare la cotoletta di soia “cotoletta” o il carciofo di seitan “carciofo”. Cioè, sì, lo puoi fare, chi te lo vieta? Però, cazzo, ci facciamo del male e ci prendiamo anche in giro: sì puoi ritagliare del tofu cartonato a forma di pandoro Bauli, ma poi quando lo mordi fa schifo come il tofu, e non puoi evitare che io lo pensi visto che mi aspettavo un pandoro. Invece se tu ti inventi un nome nuovo per il tuo delizioso alimento al tofu, tipo il “caspitan!” oltre a fare tendenza rischi che come caspitan! il tuo sia un prodotto di buona qualità.

Infine, anche se non c’entra molto, vorrei lanciare un anatema verso chi chiama il suo negozio con un nome totalmente incoerente con il prodotto che vende e con la storia dei nomi di negozio. In particolare ce l’ho con la pizzeria Snoopy2 di Toscanella di Dozza (Bo).

Comunque non avendo ancora detto di cosa sto parlando, è anche difficile dire cosa c’entri e cosa no.

Ebbene: sto parlando di cultura, abitudine, formazione, educazione e istruzione.

Non si può pretendere che da un giorno all’altro le persone abituate a vivere in un certo modo, con certi ritmi e certi stili, con certi sogni e certi oggetti per riempirli, cambino improvvisamente se stessi a causa di una nuova teoria.

Mi direte: ma oggi non c’è una nuova teoria, c’è la crisi, che è pratica, è impone, non richiede, un cambiamento. E io vi risponderò: e questo è un fottuto problema! Perché abbiamo la pratica senza avere la teoria.

Ma dico io, non abbiamo imparato proprio niente? Sono trent’anni che un omino vestito di bianco con lo sfondo verde agita uno spazzolino da denti dicendo: prevenire è meglio che curare! Abbiamo preferito ad ottobre, il mese della prevezione, agosto, il mese della vacanza e della manovra finanziaria.

In una società la prevenzione è la formazione delle persone,  l’educazione come cultura, l’istruzione come capacità di critica, la cultura come espressività, creatività e piacere.

Certo, in uno Stato la cultura è anche formazione dei cittadini a volere lo Stato e mantenere il sistema, compreso il sistema di potere. Certo, in uno Stato capitalista la formazione è anche educazione al consumo, adorazione degli oggetti, creatività al servizio della produzione. Però leggendo questo articolo di Federico Orlando sul fatto che in Francia Le Monde incalza i candidati all’Eliseo sulla situazione drammatica di una scuola pubblica non più qualificante nè egualitaria, mentre in Italia c’è il vuoto pneumatico, ho pensato che comunque non tutti gli Stati e non tutti gli stati sono uguali.

Il nostro stato è abbastanza pietoso. È così pietoso secondo me che anche la gioventù rampante e rivoluzionaria non ha la minima idea di cosa fare e come fare a comportarsi diversamente. C’è la crisi e la crisi impone il cambiamento, magari esaspera il conflitto e su di un piatto d’argento ti serve le chances di ribellione. Dopodichè? Dopodichè qualcuno dice che la ribellione genera un avanzamento improvviso delle coscienze, che quindi “rivoluziona” tutto il sistema, persone comprese. Sarà sicuramente vero: ma sarà abbastanza per far comportare una scimmia come un coyote? Sarà abbastanza per applicare nuovi criteri di distribuzione delle patatine fritte a ciò che prima era la raccolta delle rape? La differenza tra ribellione e rivoluzione, per com’è stata finora intesa, è più o meno che nel primo caso si va contro uno stato di cose che scontenta e contro un tipo di organizzazione, in certi casi andando verso l’autorganizzazione; nel secondo si segue un’idea di cambio di sistema per creare un nuovo tipo di organizzazione.

Non so quale sia il caso più auspicabile ma di certo un’idea rivoluzionaria stenta a radicarsi. Volendo essere speranzosi si può pensare che le piccole esperienze di ribellione e di resistenza generino una cultura rivoluzionaria, o rivoluzionante.

In ogni caso le difficoltà della prospettiva che potremmo dire per semplificare “rivoluzionaria” non sono meno complesse di quella che possiamo chiamare “cambiamento non traumatico”: se non possiamo più mangiare il gelato perchè siamo intolleranti al lattosio possiamo accontentarci del gelato Valsoia alla soia? Se non possiamo mangiare il pandoro perchè celiaci potremo accontentarci del pandoro di tofu cartonato? Direi di no. Direi che dobbiamo proprio abituarci a vivere in un altro modo, consumare in un altro modo, essere felici in un altro modo. Largo al Caspitan!.

Ma per tutto questo è necessaria l’educazione. Un sistema nuovo si basa su nuove idee di educazione e di autoeducazione. Dove vogliamo arrivare? Quali passi pensiamo di affrontare per arrivarci? Siamo al pareggio di bilancio, mentre io vorrei uno s-bilancio verso la pubblica istruzione e le risorse destinate all’educazione. Vorrei il diritto a un’educazione alla felicità; vorrei una felicità slegata dal possesso di oggetti; vorrei un’ambizione diversa dal costante inseguimento di cose irraggiungibili, che sono irraggiungibili proprio perchè costitutivamente solo pochi devono averle per marcare una differenza di status.

Ma in effetti chi ha il diritto e la prerogativa di educare? E a cosa? Non lo so. Per ora credo che dobbiamo accontentarci di un’ autoeducazione generata dentro le esperienze di resistesta o le prove tecniche di cambiamento.

Quindi non abbiamo solo bisogno di un soggetto politico nuovo, con un bel programma per vincere le elezioni, ma anche di un nuovo tipo di soggettività politica. Le regole delle sfigatissime assemblee degli indignados hanno questo di bello: io ho la pazienza di ascoltare, io ho la cura di chi mi sta di fianco, io ho la voglia di immedesimarmi nell’altro, io cerco di essere umile nei gesti e nei pensieri, ché la mia idea non è sempre la migliore; io mi siedo per terra e cerco di non urlare, io non ti spacco la faccia anche se ne avrei molta voglia, anche se in passato hai votato Berlusconi o tuo padre è un ricco evasore.

Il manifesto per un nuovo soggetto politico di Mattei, criticato perché molto metodologico e poco politico, in realtà presenta solo un accenno di tutto il lavoro metodologico e pedagogico che bisognerebbe fare per costruire le basi di una politica nuova che sia prima di tutto servizio alla comunità.

Il pandoro si può chiamare solo pandoro e il tofu resta sempre tofu, però “Noi” può voler dire tante cose, e dobbiamo sempre scegliere cosa vogliamo significare.

E dobbiamo sempre scegliere cosa vogliamo sacrificare.

Oggi ho spaventato un po’ mia madre e mia sorella: c’era Monti in televisione e mi è venuto da dire: “eh mo che sta in Egitto, si ‘o cugliesser’ cu ‘na preta…” che vuol dire: “adesso che è in Egitto, se lo beccassero con una pietra…”.

Questo dopo che avevo precedentemente espresso il desiderio di assistere alla morte di buona parte dei politici italiani (quel che si dice antipolitica…) e alla tortura di Assad (“smembrato in tanti pezzettini quanti i civili che ha ucciso”).

In poche parole stavo dando spazio al mio profondo odio, e mi sono ricordato che quando ero più giovane mi esprimevo spesso così nelle discussioni rispetto ai temi politici. Alcuni mi dicevano: non sei molto democratico; perché mi infervoravo e mi si gonfiavano le vene.

Ora tutti mi dicono che sono democratico, addirittura alcuni mi dicono che sono democristiano, perché evito di farmi gonfiare le vene (in pubblico).

Quindi possiamo dire che la democrazia è quando mantieni la calma e non ti si ingrossano le vene, non diventi paonazzo e non urli.

A parte questa inquietante scoperta, volevo soffermarmi sull’odio. Mia sorella ha detto queste sagge parole: “Tu vedi Santoro, che ha campato vent’anni sulle spalle di Berlusconi”.

A quel punto ho capito perché Santoro continua a invitare, anche ora che è fuori dalla Rai e non ne sarebbe obbligato, insulsi personaggi, politici nauseabondi, esseri umani che rientrano per poco in questa categoria. Pensate a Schifani (“la muffa, il lombrico”), a Mastella,a Veltroni, a Casini (ahahah), a Ghedini  (ahahhahahah), a Bondi (ahhahhahahahahah).

Cosa sono tutte questi suoni trascritti? Questi “ahahah”? Sono urla. Sono le urla del mio e del vostro cervello. Sono le onomatopee dell’odio. Questo è il nostro minuto d’odio, come in 1984. Da Wikipedia:

due minuti d’odio sono una pratica coercitiva esercitata dal governo del Grande Fratello nel romanzo “1984” di George Orwell.

Tale pratica collettiva viene attuata sui posti di lavoro, negli incontri di partito, ovunque sia possibile; consiste nel riunirsi “spontaneo” degli astanti, al segnale emesso da altoparlanti, dinanzi ad un teleschermo che proietta immagini del nemico supremo della patria Oceania,Emmanuel Goldstein, scene di guerra e sequenze studiate per coinvolgere psicologicamente gli spettatori, accompagnate da suoni e rumori fastidiosi.

Dopo pochi secondi il pubblico inizia a dare in escandescenze e ad inveire contro Goldstein o contro lo schieramento con cui ci si trova in guerra in quel momento –Eurasia oppure Estasia a seconda; si arriva a lanciare oggetti contro il teleschermo, imprecando colti da implacabile furore, sotto lo stretto controllo di incaricati del partito. Chiunque manifesti segnali di eterodossia, o perfino micro-espressioni facciali non consone al contesto, viene considerato come un possibile traditore.

Questo meccanismo rappresenta, tra le altre cose, una valvola di sfogo dell’aggressività dei cittadini ed un modo per demonizzazione un capro espiatorio su cui gettare tutte le colpe delle difficoltà della loro vita quotidiana. I “due minuti d’odio” sono funzionali al mantenere un controllo ancora più stretto e serrato sul popolo e sui membri del partito.

Voi avete mai lanciato oggetti contro la televisione perché c’era Berlusconi? Perché c’era Capezzone (o Cazzopene, come dice Mario il mio amico)? Io sì, tanto che ho dovuto rinunciare alla televisione.

Allora Santoro non fa altro che approfittare del nostro bisogno ormai consolidato di usufruire del minuto d’odio. Perché l’odio è un’ancora, un salvagente. Ma è anche un salvagente del sistema, che fa sì che il potenziale di ribellione sia quotidianamente smorzato. L’odio di masse contro altre masse è spesso alla base dei confronti politici, superando decisamente i contenuti. E chi si mostra non-odiante è talvolta additato e odiato, come me (immaginando che democristiano non sia un complimento), benché come si è visto io odii profondamente quando non visto dalle telecamere del grande fratello.

In sintesi si può dire (giusto perché siamo su un blog stupido e non in un’accademia), che l’odio sia il logos della nostra esistenza politica.

Chissà se uscire dal sistema, uscire da Matrix, non comporti una riflessione anche su questo.

Gesù ritorna sempre nei miei post.

 

Scritto per la rivista: PASTICHE

L’altra mattina sono arrivato a lavoro e in negozio c’erano diversi clienti, ma il mio titolare restava meditabondo in un angolo, davanti al computer, con la fronte leggermente sudata. Pensava intensamente. Lasciando l’altra commessa a sbrigare l’affare del commercio, mi ha chiamato a sé: vieni Antonio, ti devo dire una cosa importante.

Mi ha sottoposto un foglio manoscritto con uno schema, una serie di nomi e frecce.

“Vedi: i partiti canonici (Pd,Pdl,Udc) hanno un consenso del 4-8%, invece tutto questo insieme di forze alternative arriva al 70%. Ecco, tu che sei un po’ dentro a queste cose… Dobbiamo trovare un modo per mettere insieme questo 70%. Ci vuole un programma molto semplice, tre massimo quattro punti unificanti”.

Prima di capire possano essere questi tre o quattro punti unificanti, deliziamoci con una veloce analisi delle forze di opposizione in campo.

A memoria cerco di riportare quali nomi fossero indicati in questo 70%. C’erano i partiti extra o poco parlamentari come Sinistra Ecologia e Libertà, Italia dei Valori, Federazione della sinistra, Movimento 5 stelle. La galassia periferica dei partiti: Giustizia e Libertà, un Saviano buttato lì, Caselli e Zagrebelsky; i sindaci indipendenti De Magistris, Emiliano, Zedda; Renzi e i rottamatori. Le forze sindacali: la Fiom, Landini; infine i movimenti, vecchi e nuovi no global, indignati per motivi qualsiasi, popolo viola e rete viola o di altri colori, le donne “se non ora quando”.

Questi soggetti hanno una naturale tendenza alla collaborazione:

Generalmente i movimenti odiano i partiti, e se qualcuno nei movimenti poi dialoga coi partiti o ci si mette d’accordo, gli altri del movimento odiano le parti di movimento che hanno, come si dice, “la sponda” elettorale. Il movimento non si rappresenta. Quelli che hanno dialogato coi partiti allora odiano gli altri per naturale reazione, e poi perché questi vogliono solo la “rivoluzione”, però non la fanno mai. Allora tanto vale incidere nella misura in cui si riesce.

I partiti che fanno da “sponda elettorale” d’altra parte sono anche peggio, e si scindono in continuazione in partitini sempre più piccoli accusandosi di non essere abbastanza rivoluzionari, abbastanza radicali, abbastanza coerenti o abbastanza marxisti. Quando ci sono le elezioni però si ricostituiscono in federazioni che scoprono che la somma dei voti che pensavano di avere è sempre molto minore di quelli che hanno (2+2=3, con buona pace dei Radiohead).

Tutti questi soggetti sono odiati perché a vario titolo definiti comunisti. D’altra parte loro odiano tutti gli altri perché fascisti. Di Pietro è fascista con l’aggravante di giustizialista, Beppe Grillo è fascista con l’aggravante di perbenismo giustizialista e populista egocentrato. Insomma una vera merda. Anche Caselli e Saviano sono fascisti in quanto amici della polizia, uno per lavoro, l’altro per condizione esistenziale e spaziale (ha la scorta). Questi fascisti a volte si odiano anche tra loro, perché Di Pietro non la conta giusta a Grillo e non ha nemmeno 2 delle 5 stelle richieste; Grillo per contro non ha i valori dell’Italia e dice moltissime stronzate; Caselli arresta i No Tav. Zagrebelski chi non legge Internazionale non sa chi sia. Saviano è anche odiato dai movimenti perché si dice sia filo-israeliano, perché non ha appoggiato la giornata di grande lotta studentesca del 14 dicembre 2010, perché non ha risposto a Vittorio Arrigoni che gliene diceva quattro su Israele, prima di diventare famoso perché assassinato (probabilmente da Israele).

SEL la odiano tutti perché non odia nessuno e le va bene tutto, va a cena con tutti, dialoga con tutti, sia con parte dei movimenti sia con UDC. Anche Renzi va a cena con Berlusconi e parla con tutti. Parla così bene che cerca di fregare tutti, anche i suoi capi di partito; i quali però l’hanno già fregato alla grande perché hanno detto: siamo tutti co’ Lusi. Anche Renzi infatti ha preso i soldi dal suo amico capo scout Lusi, tesoriere di Margherita. Tutti devono avere qualcosa di cui vergognarsi, così puntualmente a Emiliano hanno fatto avere il pacchetto di ostriche della Sacra Corona Unita; De Magistris l’hanno indagato perché ha indagato persone troppo potenti e poi ha fatto fare una figuraccia al Pd anche a Napoli. Come se il PD avesse bisogno di lui per fare brutte figure.

A parte Renzi, che è per il progresso, tutti quanti non-odiano la FIOM, che difende l’operaio, che è un po’ la figura mitologica che combatte il capitalismo. La FIOM però non-odia la CGIL, perché ne è socio fondatore, e la CGIL vende quotidianamente l’operaio al capitalista in cambio della possibilità di sedersi al tavolo a contrattare, perché evidentemente è convinta che ci sia ancora qualcosa da contrattare. Il non-odio per la CGIL comporta l’odio di tutti i sindacati di base, che cercano di stare vicini ai movimenti ma lontani dalla FIOM, acuendo le fratture interne. Inoltre la FIOM declina sempre l’invito a essere una piattaforma unificante, perché dice: siamo solo un sindacato! Ed è vero. Tra l’altro anche al suo interno c’è una parte vicina al PD, una lontana dal PD ma vicina a Bersani per le maniche della camicia tirate su, una lontanissima dal PD ma vicina alla boutique dove compra la giacca da rivoluzionario Bertinotti.

Poi c’è il fantastico caso del popolo Viola, movimento nato da una manifestazione contro Berlusconi. Tutti odiano i viola perché il loro leader, Gianfranco Mascia, è pagato da Di Pietro. Ma anche tutti quelli del popolo viola odiano il proprio leader Mascia per lo stesso motivo. Quindi hanno fatto un altro movimento, che sia chiama Rete Viola, in cui ci sono tutti gli attivisti viola tranne Gianfranco Mascia. A quel punto Mascia è stato ben contento di essere leader di se stesso, di alcune pagine facebook e di un blog, con ampli margini di manovra e molto più tempo libero per i propri hobbies.

Anche movimento delle donne “Se non ora quando” ha portato in piazza milioni di persone, non tutte donne. Ma ha esagerato, perché c’erano persone di ogni colore politico e di ogni settore della società. E in quei casi c’è sempre qualcosa dietro. Infatti c’era qualcosa dietro: c’era la CGIL+La Repubblica. Per la CGIL vedi sopra, per La Repubblica si vedano le voci: PD e No Tav. Dovrebbe bastare per essere odiati.

Infine nel sondaggio si citavano gli indignati. In Italia gli indignati sono di due tipi: o quelli che i giornalisti chiamano “indignati” perché protestano per un motivo qualsiasi (dall’aumento del costo dell’Autan alla costruzione di un Lager); o quelli che quest’estate hanno occupato diverse piazze. I secondi si dividono in altre due categorie: quelli che hanno pensato di farlo mettendo “mi piace” su facebook ma non l’hanno fatto; quelli che l’hanno fatto promuovendo assemblee interminabili composte da alcolisti, mitomani che pensano che la finanza la guidino gli alieni (di una stirpe di “Rettiliani” del quale farebbe parte anche George Bush), schizofrenici, dissociati, perdigiorno e attivisti “one shot”, infervorati ma presenti solo per una sera e successivamente rapiti dagli alieni, forse a conferma dell’esistenza dei Rettiliani.

Io appartengo a quest’ultima categoria di indignati, quelli che hanno fatto le assemblee in piazza, e riconosco quindi il mio disagio sociale.

Dopo questa breve premessa possiamo ritornare sui punti unificanti. Al mio titolare, che si chiama Mauro, ho detto:

“Sì ci sarebbero i margini per vincere. Dobbiamo lavorarci”.

Ma in fondo, come dicono i “compagni”, anche se vincessimo che cosa andremmo a governare? Un sistema corrotto e malato, dove ogni scelta è impedita dai poteri forti. Allora forse, sai che ti dico Mauro, forse è meglio perdere. Sì.

Sì perché l’estetica imperiale del trionfo, la retorica totalitaria del VINCERE E VINCEREMO la lasciamo ai regimi, agli oppressori, ai venditori di fumo, a fascisti, ai Berlusconi. La lasciamo al potere e ai suoi servi.

Noi facciamo opposizione, vera opposizione. E per definizione, per fare l’opposizione, devi avere precedentemente perso. E quindi preferiamo perdere e poi semmai faremo la rivoluzione. Col nostro motto:

PERDERE, E PERDEREMO!

IO NON CI POSSO CREDERE

27 dicembre 2011

Dieci anni fa ero al Tpo in via Lenin che guardavo col sangue negli occhi una ricostruzione dell’omicidio di Carlo Giuliani. Mi ricordo che ero seduto su quegli scaloni di legno neri che ci sono ancora.

A distanza di dieci anni ci sono altre cose che ci sono ancora, purtroppo.

Mi appassionano i misteri, a volte mi faccio prendere dal noir alla Lucarelli, dal complottismo. Poi penso che esagero, e che non siamo in un film, quindi smetto di pensarci. Ma quel cognome non l’ho scordato.

Si parlava di tale colonnello Truglio, misteriosamente presente e assente su quelle due camionette in piazza Alimonda, curiosamente assegnato a quelle camionette, retrospettivamente curioso il fatto che proprio il controverso colonnello imputato per le violenze in Somalia fosse nel luogo dove si è consumata la peggiore tragedia di quei giorni tremendi.

Truglio, Placanica, chi-ha-sparato-chi-è-stato-chi-ha-voluto-tu-l’hai-ucciso-bastardo-col tuo sasso-sangue-sangue-in-faccia-alla-testa-negli-occhi e l’incazzo di un decennio.

Sassi, bossoli, muri, schegge, balistica, deviazioni, video, perizie. Elementi quasi neutri che quasi stemperano il valore umano di quello che è successo.

A volte, giuro, inaspettatamente, di notte o di giorno, a lavoro o all’università, mi rimbalza in gola quel nome: Truglio. Mi chiedo se me lo sono sognato, mi chiedo se esista davvero e dove sia adesso.

Prima ho ritrovato per l’ennesima volta su facebook un post riguardante la polizia europea, eccolo: Eurogendfor

Sembra un organismo predisposto alla repressione, al controllo antidemocratico delle persone. Fa paura. Fan paura le descrizioni, fanno paura le foto, fanno paura i poteri che pare abbia e l’impunità della quale godrebbe:

L’EGF gode di una totale immunità: inviolabili locali, beni e archivi (art. 21 e 22); le comunicazioni non possono essere intercettate (art. 23); i danni a proprietà o persone non possono essere indennizzati (art. 28); i gendarmi non possono essere messi sotto inchiesta dalla giustizia dei paesi ospitanti (art. 29). Come si evince chiaramente, una serie di privilegi inconcepibili in uno Stato di diritto”.

Volevo condividere il link, però ho pensato che questa cosa sa troppo di complotto, sa troppo di bufala, e non può essere vera. Ne avevo già parlato con un avvocato che mi ha confermato che questo corpo esiste, ma ancora non ci credo davvero.

Allora ho cercato su google, così, per vedere cosa appariva, e l’ho trovato anche su wikipedia:

Forza_di_gendarmeria_europea

Indovinate da chi è stata guidata dal 2007 al 2009 la  forza di gendarmeria europea, questo spauracchio che quasi promette di essere la prossima Gestapo internazionale?

IO NON CI POSSO CREDERE.

Da lui: Giovanni_Truglio

Io non ci posso credere che siamo in un film, non ci posso credere che Romanzo Criminale non sta solo in televisione, io non ci posso credere che esistono veramente le forze oscure del male. No dai, non è vero.

Ci ho messo mezza settimana a scrivere queste poche righe. La rabbia è troppa, ormai. Scrivere sta diventando operazione davvero troppo difficile e statica.

Qualche giorno fa ho preso in mano La Repubblica. C’era scritto che il governo sta per approvare il decreto per rendere più facili i licenziamenti. Ma non è questo che mi ha fatto incazzare.

Mi ha fatto incazzare che i sindacati sono sul piede di guerra e minacciano lo sciopero.

Gli stessi  sindacati che il 28 giugno hanno firmato dei vergognosi accordi che ammazzano la democrazia nei luoghi di lavoro.

Minacceranno un pericolosissimo sciopero di 8 ore. Paura!

No ma Antonio, perché fai così? Noi dobbiamo stare coi lavoratori! E i sindacati mobilitano i lavoratori! La Cgil ha 5 milioni di iscritti! Se è per questo anche la Cisl ne ha 4 milioni e mezzo, e la Uil e l’Ugl due milioni e passa. E la metà di tutti sono pensionati.

E quindi? Cosa dovremmo farci? Il PD quanti iscritti ha? La Coop? Mediaworld quante tessere ha fatto quest’anno? Mediaworld per quanto mi riguarda ne mobilita molti di più di lavoratori. Per non parlare di Apple e Trony.

Ma noi dobbiamo stare con la Fiom, perché è il sindacato d’avanguardia, è conflittuale, vedi Pomigliano e Mirafiori!  Giusto.  Massimo rispetto per la Fiom.  E la Fiom sta nella Cgil e non può uscirne.

Ma quindi stiamo anche con la Cgil? Quindi stiamo anche col PD?

Ma porco cane perché noi dobbiamo stare sempre con tutti e nessuno deve mai stare con noi? Ma perché non possiamo urlare che come lo so io che i diritti dei lavoratori li stanno distruggendo da trent’anni perché non si sposano più con l’economia liberista lo sanno meglio di me i sindacati? Ma perché dobbiamo fare finta che la Camusso non sappia dove si vuole arrivare? Perché dobbiamo fare finta che non siano tutti d’accordo a mantenere in piedi il sistema con un colpo al cerchio e uno alla botte finché ci si può spartire ancora un pezzo di guadagno? Perché dobbiamo fare finta che non sia perdente fare la lotta dall’interno sperando che il mio gruppo acquisisca 1/3 del consenso nella corrente x, la quale acquisisca 1/5 del consenso nel congresso, il quale acquisisca un 1/16 di potere decisionale nel sindacato il quale acquisirà 1/ 35 di potere nel partito e quindi quando vinceremo le elezioni decideremo qualcosa anche noi?

Perché dobbiamo agire come dei Tronchetti Provera che neanche ne abbiamo le capacità?

Ma perché non possiamo mandare tutti affanculo?

 

A inizio ottobre parlavo con un amico del fatto che qualsiasi cosa fosse successa il 15 l’avremmo capita perfettamente tra minimo vent’anni.
Quando sono tornato da Roma, il 17, ho pensato che forse non sarebbero bastati, oppure, peggio, che non avremmo mai capito niente di quello che è successo.

LA MANCANZA DELLA VERSIONE COLLETTIVA:

Non avevo mai visto un tale esercizio collettivo volto alla ricostruzione degli eventi. Anche dopo il 14 dicembre 2010 si era parlato di “soggettive”. Ma questa volta la sensazione diffusa è di un avvenimento in cui ognuno ha una singola e personalissima “presa” (per usare la metafora cinematografica) di un film caotico e non riconducibile a una sintesi. Certo le motivazioni per questo non mancano: c’era tantissima gente, e non si poteva essere ovunque; il corteo è stato diviso in due spezzoni dagli scontri; la manifestazione è stata per molti “interrotta”, e non è stato possibile condividere in piazza S. Giovanni le diverse esperienze rappresentate.
Però queste risposte non spiegano il perchè di tanto affanno e tanta eterogeneità nelle idee. Allora ho avuto questa suggestione, anche se non esaustiva:
La prima idea è che sia mancata una “versione” collettiva perchè questa manifestazione per la sua complessità aveva bisogno di una “preparazione” collettiva; la cosa è stata delegata al coordinamento 15 ottobre, soggetto che in fondo non è riuscito ad andare oltre la mera coordinazione delle parti politiche foriere della mobilitazione (fallendo tra l’altro anche in questo aspetto). Quindi chi era in piazza sapeva plausibilmente il proprio motivo ma non esattamente quello degli altri. L’unica macro-cornice era l’opposizione al sistema politico economico che ci opprime.
La seconda idea è che sia mancato il momento dell’elaborazione collettiva postuma: a differenza della risposta un immediata e unitaria del 14 dicembre, con lentezza, imbarazzo e difficoltà le diverse soggettività politiche hanno fatto uscire diversi comunicati stampa che interpretavano retrospettivamente le aspettative precedenti al 15 riconnotandole rispetto all’accaduto (premurandosi tendenzialmente di mostrare che avevano ragione prima e ne hanno ancora di più dopo, e magari cercando responsabili diversi da se stessi per l’esito della manifestazione).
La terza idea, che si pone in continuità con le altre due, è che sia mancato il “comizio”. Per comizio non intendo la vetrina elettorale. Intendo invece il momento in cui i vari “leaders” o rappresentanti, sfruttando la propria esperienza e abilità si sfidano nell’esercizio retorico di connettere diversi elementi fruibili dagli ascoltatori; tracciano un disegno storico e politico, e fornirniscono tramite un “discorso” una chiave di lettura degli eventi passati e li proiettano nel futuro. In questi casi probabilmente non è neanche la precisione dell’analisi a pagare, bensì la capacità di fare sintesi usando concetti penetranti, frasi mediaticamente dinamiche e immagini evocative, successivamente riproducibili da chiunque con un certo grado di personalizzazione.
Gli oratori di successo avrebbero fornito il materiale per gli astanti e per la stampa, e la stampa li avrebbe rigirati a sua volta al resto d’Italia. Questi discorsi avrebbero informato riunioni, assemblee, luoghi di svago e di lavoro per giorni.
Il comizio non c’è stato.
Ora pero’ mi chiedo se è un male o se è tanto male che non ci sia stato. Per me è stata una manifestazione mutilata, sì. Avrei voluto ascoltare la Fiom, il Teatro Valle, i No Tav, gli studenti, i precari, i sindacati di base e tutti gli altri riempire piazza San Giovanni con le proprie voci, le proprie esperienze e le proprie idee. Mi avrebbe dato forza e coraggio. Ma cosa avrebbero detto? Come lo avrebbero detto? E cosa avrebbero proposto? Come sarebbe uscito il messaggio? Ma soprattutto, le centinaia di migliaia di persone cosa avrebbero recepito? Come l’avrebbero fatto? Si sarebbero sentite responsabilizzate? Avrei potuto, e pur potendo, avrei voluto io ascoltare anche le voci degli operai incapaci di avere uno stile linguistico elegante o degli studenti sgrammaticati? Credo di sì, ma questo non è potuto accadere.
Forse un tale caos, cioè quello che si è generato a Roma, è più rappresentativo del caos reale in cui viviamo. Forse le voci che avrebbero avuto il difficile compito di interpretare e rimandare dal microfono sensazioni e interpretazioni non sarebbero state all’altezza. Forse saremmo tornati a casa ugualmente dubbiosi, ugualmente delusi, e forse anche meno rabbiosi.
Allora mi viene un’ultima suggestione: e se in questo momento la cosa più importante davvero fosse fare in modo che tutti siano chiamati a responsabilizzarsi e ad agire in prima persona, non delegando in bianco neanche per un innocente comizio?

SCONTRI

L’editoriale di Valentino Parlato de Il Manifesto di domenca è stato oggetto di scandalo per molti. Anche io ho avuto una brutta reazione. Ma non tanto per il fatto che scrivesse sostanzialmente che forse era meglio che ci fossero stati tanti casini (cosa che mi ha fatto sospettare che lui non ci fosse e non sia rimasto deluso quanto chi c’era), bensì per il fatto che l’articolo sottintendeva l’idea, espressa anche nel titolo, che l’esito pirotecnico di quella manifestazione fosse la lettera di risposta alla BCE. Ora, a parte il fatto che se questa è la nostra risposta abbiamo già perso, quello che mi infastidisce è il ragionare in questo modo. Azione/Reazione. Ecco cosa succede a inviare una lettera di merda! Si scatena l’inferno! Paura eh?
Credo che nessuno in BCE si sia spaventato per quel che è successo. Non credo che ad alcuno sia andato il dessert di traverso; anzi, l’avrà mangiato con più gusto: la polizia che difende il loro status ha anche trovato ragion d’essere e lo stato di polizia è diventato una ghiotta prospettiva.
Ma perchè non proviamo a riconnotare l’idea di rivoluzione? La resistenza è esaltante, ma non è la rivoluzione. La rivoluzione, per come la intendo io, non è o non è solo un rovesciamento dei rapporti di potere tra classi sociali, ma è la rottura di vecchi paradigmi e la sostituzione con idee nuove, nuovi ingranaggi, nuovi e sorprendenti modi in cui le cose possono funzionare e funzionano.
Ecco, in questo senso l’editoriale di Parlato centra un punto: è “istruttivo” che ci siano stati questi scontri e queste violenze: perchè non possiamo fare i conti senza gli osti, non possiamo ignorare o bypassare i problemi. Non possiamo arrivare in piazza con la ricetta perché non l’abbiamo e qualsiasi ricetta pronta sarebbe avvelenata. Non possiamo liquidare la violenza con un semplice (e spesso ripetuto da chi forse teme, anche se non credo che dovrebbe, di dover mettere in discussione la propria identità) “non voglio parlare di violenza e nonviolenza o dividere tra manifestanti buoni e manifestanti cattivi”.
Certo che no, non esistono manifestanti buoni o cattivi; certo che sì, dobbiamo parlare di violenza, e parlarne a fondo: osservarla, sentirla, riconoscerla, affrontarla. Ne siamo pervasi, noi e questo sistema. Il capitalismo e noi, e anche noi senza capitalismo. Parlare di violenza vuol dire parlare di umanità. Capire come relazionarvisi, quali aspettative si hanno, come la si affronta in piazza o in un idea di mondo di futuro è un elemento imprescindibile per chi vuole guardare lontano e costruire un obiettivo che diventi “la cosa più importante al mondo adesso”.
Istruttivo come dice Parlato aver a che fare con la violenza nella sua eterogeneità di forme, forse necessario, come sostiene Bifo, per i prossimi dieci anni. Strategico, aggiungo io, affrontare il problema adesso.
Così come è strategico capire subito cosa non ha funzionato il 15 ottobre. Anche questo aiuta a capire dove si vuole andare. Rivoltare i paradigmi. Azione/Reazione? C’è violenza in piazza: ripristianiamo la legge Reale. C’è violenza scriteriata in piazza? Ripristiniamo il servizio d’ordine.
Non credo sia una soluzione. O quantomeno che sia la soluzione che risolve il problema alla radice. Alla domanda di un giornalista sulla manifestazione No Tav del 23 ottobre “avrete un servizio d’ordine per evitare l’infiltrazione di black bloc?” Alberto Perino risponde che l’idea che soggiace alle manifestazioni No Tav è che ognuno è cosciente di ciò che sta facendo, ed ognuno e responsabile di se stesso e si cura delle persone che gli sono attorno. Quindi no, non avranno un servizio d’ordine. Responsabilizzazione dei manifestanti per me è rottura del paradigma, quindi rivoluzionario.
E questo è possibile e sarà possibile grazie ad assemblee preparatorie nelle quali ci si rompe la testa tra consensi e dissensi fino ad arrivare a una scelta comune e condivisa.
Esattamente ciò che è mancato al 15 ottobre, per il quale le assemblee di coordinamento erano tentativi di far stare insieme posizioni partitolari diverse entro una cornice unitaria nella migliore delle ipotesi, e nelle peggiore tentativi di far valere la propria particolare idee politica entro l’estetica di una manifestazione di massa.
Ecco il secondo passaggio di questo movimento: le masse che non possono e non vogliono essere rappresentate da nessuno non vogliono e non possono essere neanche organizzate da nessuno, se non da se stesse.

Il mio posto nel presepe

20 ottobre 2011

A Clara

Quando sono arrivato a Roma avevo sonno e mal di testa. Ho pensato che è strano che le condizioni fisiche possano influenzare il tuo personale appuntamento con la storia: ricordarsi il giorno della rivoluzione come quel giorno in cui ti faceva male la testa.
Poi ho visto gente, e ancora gente, confluire in un mare di altra gente, sempre più vasto.
Sono stato più di un’ ora fermo al centro del corteo ad aspettare che partisse. Continuavano a emergere persone dalla metropolitana, come se la terra stesse rigurgitando corpi. Eppure sembrava che lo spazio fosse opprimente. Stare dentro un percorso troppo angusto e disegnato a tavolino. Era tanta gente che si muoveva dentro i binari.  Ecco, più o meno come è la vita di solito. E in questo non c’era niente di rivoluzionario.
Mi sono messo dietro il carro del Teatro Valle Occupato perché mi sembrava il posto giusto per me. Ridevo e ballavo, ma senza alcuna naturalezza, perché ero in attesa. E quest’attesa mi distoglieva in parte dai colori e dalle migliaia di voci e volti che mi circondavano. Durante il corteo Marzia mandava a Francesco gli aggiornamenti da internet e dalla televisione sul cellulare. Abbiamo saputo degli scontri, dei lacrimogeni, delle banche e delle macchine distrutte mentre ancora eravamo chilometri più indietro.
Credo che al tempo dell’informazione ultraveloce si viva una disambiguità, una schizofrenia della propria presenza. I cinque sensi non bastano, poter essere in un solo luogo alla volta non basta. Ognuno poteva vedere solo un piccolo pezzo del corteo. Ma avrebbe voluto vedere e sapere di tutto il resto. Mi sentivo un po’ come quando guardi una partita di calcio amatoriale dal vivo e ti aspetti il replay dell’azione per vedere se c’era o no il rigore. Ma il replay non c’è, e quindi nessuno lo saprà mai. Sì, qualcuno potrà dire di aver visto da vicino, l’arbitro darà una sua versione ufficiale, ma nessuno lo saprà mai come “vero” per tutti se il fallo c’era o meno.
Ecco, nessuno lo saprà mai quanta gente c’era a Roma, nessuno saprà mai cosa è successo “per tutti”. Forse è per questo che ci affanniamo a ricostruire quella giornata: perché non abbiamo avuto il tempo e il modo di crearne un’elaborazione collettiva da riportare a casa.
In quei momenti sentivo fortissimo il disagio di non sapere esattamente come muovermi, di non avere deciso assieme a tutte quelle persone cosa assieme avremmo fatto, soprattutto cosa avremmo fatto una volta arrivati a piazza San Giovanni. Forse anche per questo la costruzione della versione collettiva è quantomai frastagliata e difficoltosa.
Ho pensato come sempre che se tutte quelle persone avessero avuto un obiettivo comune nessuno avrebbe potuto precluderglielo.
Ho avuto anche un’altra sensazione. Quella che tutti avessimo esaurito le parole, che tutti avessimo esaurito i soliti discorsi. Una manifestazione seria, un popolo serio, con poca voglia di gridare slogan e con tanta ansia di iniziare a darsi delle risposte alla domanda: cosa faremo? come possiamo fare?
Poi sono arrivato sul campo di battaglia, e le emozioni si sono diradate. Quello che mi interessava, cioè parlare, interrogarsi, interagire, immaginare, è stato velocemente sostituito da azioni più meccaniche: guardare, annusare, indietreggiare, scappare, correre, resistere, sbuffare.
Ho pensato per un attimo che per me non c’è spazio in questa rivoluzione.
Dopo qualche ora in stazione Termini ho incontrato una ragazza di Catania di 18 anni. Era appena arrivata in treno dopo 9 ore di viaggio, erano le 19.00 e si era persa tutto. Anche per i ritardatari non c’è spazio in questa rivoluzione. Mi ha chiesto se ci fosse ancora qualcosa in giro. Così ho chiamato degli amici di Roma che mi hanno detto che a Santa Croce c’era una piccola assemblea, e l’ho portata lì.
Quando sono arrivato c’erano meno di 50 persone. Poi qualcuno è venuto a sapere che altri manifestanti erano all’univesità, La Sapienza. E allora siamo corsi a prenderli.
Alle 20,30 piazza San Giovanni fumava ancora, gli scontri andavano esaurendosi e i tg già impazzavano di immagini uguali a se stesse. Io invece mi trovavo in un corteo di circa 100 persone che attraversava la città. Mi rendevo conto che era stupido e quasi infantile non volere ammettere che la manifestazione era finita. Però non potevo fare a meno che riconoscermi nel coro che qualcuno ha lanciato. E così mi sono messo a urlare: “LA GENTE COME NOI NON MOLLA MAI, LA GENTE COME NOI NON MOLLA MAI, LA GENTE COME NOI, LA GENTE COME NOI, LA GENTE COME NOI NON MOLLA MAI.”
Ecco, in quel momento mi sono sentito di avere trovato il mio piccolo spazio nella rivoluzione (rimandata).