Chiedere scusa è sempre inutile, per questo lo faccio in continuazione

18 febbraio 2013

Alla fine non avevamo niente da dire, ed è per quello che non dicevamo niente.
I nostri nonni non solo non erano tornati dalla Siberia, ma neanche ci erano andati. Al massimo avevano rubato della cioccolata ai tedeschi. O forse questi gliel’avevano regalata e loro s’erano inventati il resto.
Papà ha comprato la tv, poi ne ha comprata un’altra. Poi una macchina, poi ce l’hanno rubata. Poi pure mamma è andata a lavorare. E io giocavo a pallone in casa e ogni tanto per strada o alla scuola calcio.
Andava tutto così bene che non c’era mai niente di cui ci potessimo lamentare. Non ci potevamo permettere tutto, ma non c’era mai motivo di essere tristi davvero. Perché alla fine eravamo sospinti da quell’inerzia leggera del domani, di un modello, delle pubblicità, delle pareti che da parati gialli diventano muri bianchi verniciati bene. E l’entusiasmo magari è troppo, e ce lo tenevamo per qualche sceneggiata allo specchio, che rifletteva solo noi.
Mamma e papà allo specchio si guardavano ma noi non li vedevamo dentro il vetro, guardavamo la schiena. Avremmo visto la loro fatica, la tristezza del farsi andare bene le cose, la debolezza di un ideale da niente basato su un ideale di amore, tirato da ogni lato da istituzioni in frantumi. Il palazzo diventava vecchio, l’ascensore si guastava spesso, qualcuno se ne andava già.
Eppure tre quarti dei miei ricordi stanno lì dentro, in quel “tutto sommato” un po’ marrone e un po’ scuro, che però tutto sommato non mi fa vomitatre come ora.
Poi siamo un po’ cresciuti e abbiamo imparato a essere egoisti davvero, con consapevolezza. Ma senza pensare che quello fosse egoismo. Erano scarpe, catenine,  sigarette, orecchini.
Ci siamo abituati a obiettivi abbastanza difficili, però ogni tanto raggiungibili. E quando li raggiungevamo eravamo contenti, ma non troppo. Le colline erano abbastanza per contenere il nostro vagare, e la pianura non ci costringeva praticamente mai. Abbiamo imparato a sedurre, piano piano, e quello ha cambiato tutte le carte in tavola. Cioè abbiamo scoperto che non era quello il vero problema. Il motorino ormai stava senza benzina da un anno e con la sella tagliata. Avevamo una cosa sola di cui cantare: un’ideale da niente basato su un ideale di amore. Ma lo nascondevamo sotto i capelli e la critica politica.
Poi i nostri genitori sono diventati vecchi e neanche si chiudevano più in camera. Allora abbiamo guidato la macchina per ore fino al confine e talvolta persino oltre. Poi siamo tornati con la gola secca e tanta voglia di parlare, e più parlavamo e più ci veniva sete. Così abbiamo parlato per giorni, per giorni, per anni.
Ma alla fine non avevamo niente da dire, ed è per quello che non dicevamo niente.

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