Ritorno al campetto: Napoli Fiorentina (2-1)

3 settembre 2012

Manto erboso è una locuzione da radio cronaca. Io adoro la radiocronaca, in particolare quella della RAI, perché ancora vi sussiste una certa cura del linguaggio. Tutto il calcio minuto per minuto sembra un rituale tramite il quale viene custodito e tramandato un italiano ricco e antico, nonché impregnato di storia calcistica.

Ieri sera mi trovavo in stazione a Bologna quando alle 20,35 il lungo attacco di trombone decretava l’inizio della trasmissione. Il giro di basso della sigla mi fa sempre vibrare i muscoli come se stessi scaldandomi a bordo campo, trasformando la tensione in agonismo. Officiante, da studio, Filippo Corsini.

Per il secondo giro dai campi la linea passa all’inviato da Napoli, che subito dopo aver letto le formazioni spiega che il campo del San Paolo è da definire “un caso”. Non ricordo se durante la radiocronaca, nel consueto utilizzo di sinonimi che la rende disciplina aulica, si sia spinto a definirlo manto erboso. In ogni caso di erboso al San Paolo ieri c’era proprio poco.

Così poche che oggi, mentre aspetto che la concentrazione per studiare si transustanzi nel mio corpo, leggo tante dichiarazioni riguardanti il manto suddetto: “uno scandalo, un campo da beach soccer, non si può giocare in queste condizioni”.

Eppure quando sono tornato a casa per il secondo tempo e ho potuto vedere lo scempio coi miei occhi, ho trovato la scena incredibilmente romantica. Campioni in mezzo alla terra, passaggi traballanti su cumuli di erba secca, nuvole di sabbia che si alzavano col pallone.

Tutto questo mi avvicinava ai calciatori fino a quel piccolissimo punto di tangenza tra la mia vita e la loro. Pensavo alla nostra infanzia, a quando giocavamo per strada o nei cortili, sperando che non passassero macchine e che la signora non buttasse le secchiate d’acqua dal balcone. A quando giocavamo nel campo ufficiale in terra battuta ad Angri, perché quello della scuola calcio era di cemento. A quando ad Agerola era sottozero e i tacchetti spaccavano lastre di ghiaccio. A quando mi sono trasferito al nord e il campo era di erba, e io dicevo ai miei amici rimasti al sud che ci si potevano fare le rovesciate. E chissà poi dove avranno giocato Zuniga e Cuadrado in Colombia, Cavani in Uruguay o Jovetic in Montenegro. Come faceva ad insinuare il telecronista che per loro fosse difficile giocare in quelle condizioni?

Oggi si sprecano commenti indignati sulle condizioni del San Paolo. Per carità, sono legittimi, soprattutto se chi parla viene pagato per farlo e quindi di qualcosa deve parlare. Ma per favore, non dite che “non si può giocare a calcio in queste condizioni” perché il calcio è per definizione quel gioco che hai così tanta voglia di giocare che ti basta una palla fatta di qualsiasi cosa che rimbalzi su una superficie qualsiasi.

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