Il futuro dell’Italia

16 giugno 2012

Sole sul tetto dei palazzi in decostruzione, alla periferia del centro e all’estrema periferia dell’epicentro, sole che batte sul campo di pallone.

Mi sono steso qui in questo parco perché è stato il primo che ho trovato. Ero stremato.

Hossein sta in porta tra due alberi e fa la telecronaca. Si rivolge ai signori spettatori, ma ci siamo solo io e un signore cinese che boccheggia d’afa sotto un monumento, mentre i bengalesi giocano a carte disinteressati. Signori spettatori dice, gli attaccanti si scambiano il pallone in velocità. Livio ha la maglietta gialla, e all’occorrenza è Shevchenko o Ibrahimovic, mentre Hossein è Abbiati, stranamente presente a questi Europei, e vola a cercare i tiri angolati.

Mi sono steso qui perché era l’unica cosa che avevo voglia di fare dopo la manifestazione. Perché avevo bisogno di togliermi la maglietta e sentire il sole bagnarmi in silenzio. Sono stanco.

Dino sarà alto un metro e venticinque, però si coordina che sembra un uomo; ha la maglia azzurra e un collo-pieno stupefacente. Non dice quasi niente, lui vuole solo giocare. Raccoglie gli assist vellutati di Livio e la butta dentro. Poi arriva Fabian, che è grasso. Hossain gli chiede subito se vuole stare in porta. Certe cose non cambiano mai.

Sono stanco di vedere poliziotti che chiudono zone rosse, di vedere caschi, manganelli e armi da fuoco. Mi angosciano, mi debilitano.
C’è la festa di Repubblica. File di persone in coda per ascoltare gente che ascoltano ogni giorno. Gente il cui mestiere è far credere; far credere ciò che le persone sono disposte a credere. Come in una messa perenne.

Sono stanco delle manifestazioni sempre uguali, che sai dall’inizio cosa succederà. Perché certe cose non cambiano mai. Costruiamo la nostra identità in opposizione a qualcun altro che passa di là per caso; manifestiamo contro Repubblica per fare in modo di vederci in prima pagina domani quando compreremo Repubblica. Passamontagna, sciarpe, petardi, bandiere; megafoni atonali che gridano andiamo avanti, quando avanti ci sono solo dei blindati inamovibili;  presidenti del consiglio anziani intervistati da anziani che dentro l’Arena del Sole dicono andiamo avanti. Scriviamo il futuro dell’Italia.

Chang passa in bicicletta e saluta con accento bolognese. Hossain ricambia con accento bolognese. Livio ride. Ci sono cinque o sei bambini che vengono da almeno cinque posti diversi e parlano la stessa lingua. Ma anche se non parlassero la lingua sarebbe la stessa: passa, scatta, tira, para, gioca, segna.

Il sole scende lento sui tetti dei palazzi in costruzione, mentre L’Arena del Sole dentro e fuori è già buia da un pezzo. Buia di bastardi, bugiardi, arrivisti, servi. Buia di giocatori tristi che non hanno vinto mai, ed hanno appeso le scarpe a qualche tipo di muro, e a quest’ora ormai ridono dentro un bar.

Dino si alza la palla con le mani, salta in rovesciata e tira. Abbiati in ritardo dice il telecronista colpevole, ed è fuori! Ma non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore. Un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo, dalla fantasia.

Nel parco della periferia, all’estrema periferia dell’epicentro, c’è un ponte fatto a rettangoli arcobaleno, che sembrano gli sponsor a bordo campo. Il bordo dell’unico campo dove ho visto scrivere veramente un po’ del futuro dell’Italia.

 

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6 Risposte to “Il futuro dell’Italia”

  1. anonimo gay said

    poi ti offendi se ti dico che sei retorico…

    • Questo pezzo non è solo retorico, è anche melenso, parziale e forse di cattivo gusto. Però è quello che provavo ieri e avevo bisogno di scriverlo. Rileggendolo la cosa che mi sembra sensata è il nesso tra la riproduzione di modi culturali acquisiti da parte di bambini e l’inevitabile variabile creativa che introduce elementi nuovi capaci di superare di gran lunga ogni piano preventivato.
      Ma anonimo gay, parliamo di cose serie: c’eri al gay pride? Io ero tutto svestito e mi facevo toccare il pacco.

      • anonimo gay said

        No, non c’ero perché non mi piacciono le pagliacciate. Odio le manifestazioni e anche chi ci va.

        Allora funzioni così sempre: ti si fa una critica, tu dici sì hai ragione, anzi rincari la dose, quasi fino all’arrivare al punto in cui uno deve provare pena. L’idea che vuoi dare di te, caro nottoohardplease, è stomachevole. Prima te ne rendi conto meglio è per te. Non tutti sono ebeti, tesoro.
        Quando apro il tuo blog so già cosa aspettarmi. Lo aprirò altre due volte poi mi stancherò anche di dirti che sei retorico.

        Scusa eh, ti do dei consigli.

  2. Ma perché devi provare pena? Io non voglio stomacarti, però sono abbastanza severo nel giudicare quello che scrivo. Essendo molto vanitoso ho paura delle critiche, quindi me le faccio già io prima così non mi stupisco in seguito. Rispetto al fatto che io sia retorico e dica sempre le stesse cose devo dire che: 1-non scrivo sempre le stesse cose anche se sono simili tra loro, perché penso sempre a quello 2-alla fine sapere quello che trovi commercialmente paga molto, si ama la banalità.

  3. anonimo gay said

    Forse il discorso sulla banalità dipende dal fatto che la tua mente e la tua capacità di osservazione non riescono ad andare oltre a quel hinterland lì. Te lo sei mai domandato? Fa comodo, eh? Sono tutti banali mi basta essere un po’ sopra, niente sforzo, niente fatica, e tanti mi piace dei miei amici decerebrati che leggono i miei scritti senza probabilmente capire un accidenti. Sì, è una via che abbiamo percorso tutti. Non ti biasimo per questo. Ma quanti anni hai? 25? Ancora qui siamo a 25 anni? Mi fai molta rabbia.

    Leggiti qualche libro, decostruisci il tuo modo patetico di descrivere le cose, preoccupati meno della tua vanità e più della storia che stai raccontando e vedrai che potrai descrivere Hossien chang chung e cazzi vari che giocano in un parco senza essere retorico, visto che di per sé è poesia.

    • Non credo che basti leggere qualche libro. Ci vuole anche un modo non patetico di vedere le cose per descriverle.
      Comunque il mio blog si chiama not too hard please. Vuol dire: sono patetico e mi crogiolerò un po’ in questa condizione, visto che ormai non ho più 25 anni da un pezzo e quindi sono anche un po’ fallito. Ma è il mio primo approccio con la scrittura sostanzialmente. Non per giustificarmi eh, mi faccio molta rabbia anche da solo, ma prendo bene i consigli, anche se dati in questo modo.

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