La tassa sulla sfiga

5 maggio 2012

giovedì 26, ore 9, via San Vitale, Bologna

“Sono qui per incassare il jackpot”

“Come scusi?”

“Il montepremi”

“Sì…un secondo che controlliamo il suo biglietto”

No, non è stato come quando hai un piccolo verme nel cervello che pian piano cresce nutrendosi dei tuoi neuroni e alla fine prende il possesso di te. Non è una pulsione repressa che pian piano esplode. E’ stato più simile a quando ti rendi conto improvvisamente di una scritta su un muro davanti al quale sei passato un milione di volte: all’inizio rimani stupito, ma poi capisci che avevi già interiorizzato la sua presenza, solo non l’avevi mai decifrata.

Ecco, io sapevo di avere quest’arma a disposizione, tant’è che ne avevo sempre valutato i termini di utilizzo e la pericolosità, fin da bambino: un po’ a me e il resto ai poveri; oppure tutto a me ma con una precisa finalità sociale; oppure tutto ai poveri. E’ difficile rimanere se stessi con un sacco di soldi. Infatti non avrei mai voluto dover ricorrere a questo rimedio estremo.

Il fattore scatenante sono stati i quattro giorni di ferie consecutivi che mi sono preso. Non so quanto tempo fosse che non lo facevo.

Purtroppo i risvegli lenti e assolati, le ore passate in cucina ad ascoltare musica e sperimentare ricette, le ore passate a leggere, mi hanno ravvivato istinti e sensazioni incredibilmente piacevoli. Ho ricominciato a pensare e progettare in maniera grandiosa. E’ stato allora che ho riflettuto sulla mia condizione: fare fotocopie per poter studiare, studiare poco per dover lavorare, restare ancorato all’equidistanza tra l’obiettivo che accresce e la difficoltà di raggiungerlo. Tutto quello che mi piace fare non è retribuito e alla fine mi affatica. E’ un circolo vizioso, la mia vita è un pendolo che oscilla tra noia del lavoro e il dolore del lavoro che non riesco a fare.

E così ho deciso di usare l’arma segreta, perchè io non posso lavorare, non voglio più lavorare. Lavorare mi fa male.

E paradossalmente è stato il mio noioso lavoro a indicarmi la strada, martedì 24, ore 15, via Belmeloro, Bologna

“devo fotocopiare tutte le pagine, tranne pagina 12, 15, 30, 40, 41, 55”

“numero jolly?”

“come scusi?”

“no, niente, chiedevo, oltre a queste sei pagine che devo fotocopiarle mi può indicare un numero jolly? Me lo scriva qui”

“beh in effetti la 62 non so se la devo fotocopiare o meno”

“perfetto”

Alle 18.00 ho finito di lavorare e con i muscoli tesi ho percorso quei 50 metri che mi separavano dalla fine del mio contratto di apprendista. Nella ricevitoria non c’era nessuno, ci ho messo meno di un minuto a compilare il mio modulo di pre-licenziamento: 12,15,30,40,41,55. Numero jolly 62. Erano tre ore che ripetevo i numeri accarezzandoli nel post-it blu che avevo infilato nella tasca sinistra.

Così non mi restava altro da fare che aspettare 24 ore, onorando con impegno e dedizione l’ultima giornata lavorativa della mia vita. Certo avrei potuto togliermi qualche sfizio, tipo dire a quello studente di giurisprudenza che non mi deve ripetere ogni volta come si fanno a non mischiare i fogli dei suoi appunti del cazzo; oppure urlare agli studenti arroganti (soprattutto gli odontoiatri e i medici) che un giorno i poveri verranno a prendere tutto quello che hanno accumulato e a loro non resterà che pregare di lasciarli almeno vivere. Poi ho pensato che dal giorno dopo sarei stato ricco come loro e quindi ho preferito mantenere la pacatezza che mi si confà, onde evitare di fare brutta figura in seguito.

Alle 20.30 di mercoledì ho guardato, per puro perfezionismo, i numeri estratti, poiché ero convinto di avere vinto, ne ero sempre stato convinto. Ma i numeri erano sbagliati. Allora ho chiamato la Giò, abbastanza perplesso:

“avrai sbagliato la data dell’estrazione”

“che idiota!”

quindi ho cercato la data giusta. Ma con mio sommo sbigottimento c’era un errore. Allora ho chiamato l’agenzia italiana del gioco del superenalotto. Mi ha risposto una voce femminile molto cordiale.

“Sì salve avrei bisogno di sapere i numeri estratti del concorso odierno…sì, glieli leggo: 12,15,30,40,41,55, numero jolly 62….sì…no. Eh? Come…che cazzo vuol dire che ho fatto uno? No…no ma si figuri, guardi…la ringrazio, domattina andrò direttamente in ricevitoria…grazie ancora…a lei”

Venerdì 27, ore 19.30, piazza San Martino, Bologna

“Ciao Francè, come va?”

“Bene grazie, e tu?”

“Francè benissimo. Ho capito che non devo lavorare, che lavorare fa male”

“E mò l’hai capito? Dopo dieci anni che pensi? Meglio tardi che mai. Vabbuò e quindi? Giochi al superenalotto?”

“Come fai a saperlo? E’ la soluzione definitiva!”

“Sì è proprio la soluzione definitiva: è la tassa sulla sfiga”.

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10 Risposte to “La tassa sulla sfiga”

  1. anonimo gay said

    La strafiga che ha commentato sopra, non so se lo sai, ma ha letto questo tuo post ieri sera a un gruppo di “artisti” sfigati e totalmente fatti a cui a un certo appunto era venuto in mente di fare una di quelle cose collettive per vincere il superenalotto perché, appunto, ci si stava chiedendo per quale motivo si deve scrivere dei pezzi per i giornali di cura della cellulite pagati 3 euro. la domanda è legittima. i soldi sono una merda.

    io sono l’unico gay dei presenti e l’unico che ha ascoltato effettivamente quello che stava leggendo, gli altri erano persi dietro alle mani che muove, con leggiadria ammetto, quando legge…
    Detto ciò, volevo dire, come ho detto anche a Fatjona A. Lamce, che questa poteva essere una storia potentissima ma non lo è. Il limite di voi blogger del cazzo è quello di mettere per iscritto una cosa che vi viene in mente e cercare subito il pubblico senza approfondire.
    La differenza la fa come racconti le cose. Anna Karenina alla fine è un romanzo in cui lei si innamora di uno, uno ama un’altra, lei si uccide. Più banale di così! Eppure è un capolavoro.

    Fate cagare. Avete belle idee e le condividete così con un pubblico incapace di coglierle in fondo, disinteressato, e soprattutto lo fate gratuitamente. Voi (inclusa Fatjona A. Lamce) siete il male dell’umanità e meritate di morire di fame.

    Mi hanno detto che se commento il tuo blog poi tu vuoi conoscermi, beh questo può succedere solo se sei gay se non sei gay io di amici stronzi ne ho già abbastanza.

    Ciao

  2. E io sarei monotematico? Tu sei solo gay, non hai neanche un nome!
    Anche io avrei ascoltato Fatjona nonostante le mani, oppure non l’avrei ascoltata e basta perché avrei pensato a cosa dire dopo per fare bella figura mentre parlava.
    Sì, i blogger sono persone di merda. Non tutte magari, ma io sì. Questo post l’ho scritto in 12 minuti, forse 15. Non serve a creare qualcosa di bello, ma a scrivere qualcosa che attiri prima possibile l’attenzione su di te.
    Ma se io sono gay ma bruttissimo tu vuoi conoscermi?

  3. Fatjona said

    L’anonimo gay si chiama Daniele, ed è gay. Per il resto: buuuu!

    • anonimo non più anonimo ma sempre gay said

      Che vi devo dire… io ho lanciato una provocazione: a cosa serve essere blogger? la comunicazione via internet? cosa si cerca di ottenere? Si fa “letteratura” con queste merde di post che non possono essere lunghi più di tot perché altrimenti la gente si annoia? si può dire qualcosa? che cosa avete da comunicare di così indispensabile?

      Che tu fossi una persona di merda l’avevo capito, non fare la vittima con me che sono una persona più di merda di te 🙂
      Io sono gay ma non per questo monotematico adesso per esempio sto parlando di merda e non è un argomento gay frendly.

      Se sei brutto non mi interessi anche se sei gay.

      Rispondimi invece di fare buuuuu. O non hai tempo perché devi twittare? #tempoperso #sfigata 😀

  4. Fatjona said

    In breve Dani perché non ho tempo oggi. Duepunti.

    Mia nonna sa un sacco di storie pure essendo misantropa, vivendo da sola, e non ascoltando mai le persone. Le ha udite queste storie mentre andava a comprare il latte, al bar, mentre fuma in terrazza. Prima, nella sua vecchia casa, quando ancora era giovane, si sedeva sulle scale e quando arrivavano i suoi figli raccontava loro le storie che aveva udito, e allora loro gliele raccontavano altre. E così si parlavano. Non tantissimo, solo un po’.

    Poi è arrivata la televisione e mia nonna, è vero, ha sentito meno la solitudine, ha iniziato ad ascoltare ancora meno le persone, ma ha da raccontare storie di incidenti stradali che stroncano dal dolore le famiglie, e spesso ci piange.

    Io vorrei capire cosa vuole comunicare mia nonna con le sue storie, in cui non parla mai di sé, non penso che lo sappia nemmeno lei. Ma la necessità del racconto, senza che per forza sia arte, mi sembra che sia paragonabile a quella di mangiare, bere, respirare: essenzialità.

    Probabilmente se avesse un computer e sapesse usarlo mia nonna aprirebbe un blog, nel quale parlare di quanto l’incidente di ics l’ha turbata, oppure potrebbe leggere nuove storie, così al telefono avrebbe qualcosa da dire, a parte il tempo.

    Cosa c’è di sbagliato?

  5. anononimo non più anonmio ma sempre gay said

    Splendore, non me ne frega un cazzo di tua nonna.
    Da dove nasce il bisogno di comunicare lo so, quello che voglio sapere è: internet è uno strumento adeguato? Cè modo di fare arte tramite questo strumento?
    E la cosa che mi interessa dire più di tutto è: hai una cretività spettacolare, immagini storie geniali, sai confondere piani linguistici diversi con i tuoi limiti, per carità, che sono anche tanti (ne abbiamo già parlato)… ma perché devi ridurla a un tweet o a un post? per quanto sia lodevole e generoso non è proprio una scelta lungimirante, anche perché mi pare che questo non venga capito, così leggendo un po’ di commenti, e soprattutto non ti aiuta nella crescita, visto che la forma, vuoi o non vuoi rimane sempre la stessa.

    Stesso discorso vale per not too hard please, che ogni tanto, ho dato un’occhiata l’altro giorno, scrive delle belle cose e in maniera stranamente “particolare” per quanto sia troppo ancorato alla realtà percepibile, di cui dà una sola interpretazione, a volte un po’ retorica come lo sono le interpretazioni univoche. da qui il mio monotematico che ti ha offeso.

    spogliando un po’ il discorso, la storia sotto la quale sto commentando è carina, e carini sono anche i blog, non in generale, i vostri, anche se non vi leggerò mai più, ma siete sicuri di non stare sprecando tempo, energia e talento?

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