Ti piacerà un pandoro al tofu?

18 aprile 2012

Ultimamente mi capita spesso di dire o pensare frasi come questa: è difficile chiedere a una scimmia di comportarsi come un coyote. Oppure questa: non puoi applicare i criteri della raccolta delle rape alla distribuzione delle patatine fritte.

Non so se c’è un motivo preciso per il quale queste frasi mi si compongano nel cervello come aereoplanini fatti di Lego. Non puoi chiedere a un aeroplanino fatto di Lego di trasportare bambini piccolissimi fatti di carne.

Un’altra cosa che penso è che non puoi chiamare la cotoletta di soia “cotoletta” o il carciofo di seitan “carciofo”. Cioè, sì, lo puoi fare, chi te lo vieta? Però, cazzo, ci facciamo del male e ci prendiamo anche in giro: sì puoi ritagliare del tofu cartonato a forma di pandoro Bauli, ma poi quando lo mordi fa schifo come il tofu, e non puoi evitare che io lo pensi visto che mi aspettavo un pandoro. Invece se tu ti inventi un nome nuovo per il tuo delizioso alimento al tofu, tipo il “caspitan!” oltre a fare tendenza rischi che come caspitan! il tuo sia un prodotto di buona qualità.

Infine, anche se non c’entra molto, vorrei lanciare un anatema verso chi chiama il suo negozio con un nome totalmente incoerente con il prodotto che vende e con la storia dei nomi di negozio. In particolare ce l’ho con la pizzeria Snoopy2 di Toscanella di Dozza (Bo).

Comunque non avendo ancora detto di cosa sto parlando, è anche difficile dire cosa c’entri e cosa no.

Ebbene: sto parlando di cultura, abitudine, formazione, educazione e istruzione.

Non si può pretendere che da un giorno all’altro le persone abituate a vivere in un certo modo, con certi ritmi e certi stili, con certi sogni e certi oggetti per riempirli, cambino improvvisamente se stessi a causa di una nuova teoria.

Mi direte: ma oggi non c’è una nuova teoria, c’è la crisi, che è pratica, è impone, non richiede, un cambiamento. E io vi risponderò: e questo è un fottuto problema! Perché abbiamo la pratica senza avere la teoria.

Ma dico io, non abbiamo imparato proprio niente? Sono trent’anni che un omino vestito di bianco con lo sfondo verde agita uno spazzolino da denti dicendo: prevenire è meglio che curare! Abbiamo preferito ad ottobre, il mese della prevezione, agosto, il mese della vacanza e della manovra finanziaria.

In una società la prevenzione è la formazione delle persone,  l’educazione come cultura, l’istruzione come capacità di critica, la cultura come espressività, creatività e piacere.

Certo, in uno Stato la cultura è anche formazione dei cittadini a volere lo Stato e mantenere il sistema, compreso il sistema di potere. Certo, in uno Stato capitalista la formazione è anche educazione al consumo, adorazione degli oggetti, creatività al servizio della produzione. Però leggendo questo articolo di Federico Orlando sul fatto che in Francia Le Monde incalza i candidati all’Eliseo sulla situazione drammatica di una scuola pubblica non più qualificante nè egualitaria, mentre in Italia c’è il vuoto pneumatico, ho pensato che comunque non tutti gli Stati e non tutti gli stati sono uguali.

Il nostro stato è abbastanza pietoso. È così pietoso secondo me che anche la gioventù rampante e rivoluzionaria non ha la minima idea di cosa fare e come fare a comportarsi diversamente. C’è la crisi e la crisi impone il cambiamento, magari esaspera il conflitto e su di un piatto d’argento ti serve le chances di ribellione. Dopodichè? Dopodichè qualcuno dice che la ribellione genera un avanzamento improvviso delle coscienze, che quindi “rivoluziona” tutto il sistema, persone comprese. Sarà sicuramente vero: ma sarà abbastanza per far comportare una scimmia come un coyote? Sarà abbastanza per applicare nuovi criteri di distribuzione delle patatine fritte a ciò che prima era la raccolta delle rape? La differenza tra ribellione e rivoluzione, per com’è stata finora intesa, è più o meno che nel primo caso si va contro uno stato di cose che scontenta e contro un tipo di organizzazione, in certi casi andando verso l’autorganizzazione; nel secondo si segue un’idea di cambio di sistema per creare un nuovo tipo di organizzazione.

Non so quale sia il caso più auspicabile ma di certo un’idea rivoluzionaria stenta a radicarsi. Volendo essere speranzosi si può pensare che le piccole esperienze di ribellione e di resistenza generino una cultura rivoluzionaria, o rivoluzionante.

In ogni caso le difficoltà della prospettiva che potremmo dire per semplificare “rivoluzionaria” non sono meno complesse di quella che possiamo chiamare “cambiamento non traumatico”: se non possiamo più mangiare il gelato perchè siamo intolleranti al lattosio possiamo accontentarci del gelato Valsoia alla soia? Se non possiamo mangiare il pandoro perchè celiaci potremo accontentarci del pandoro di tofu cartonato? Direi di no. Direi che dobbiamo proprio abituarci a vivere in un altro modo, consumare in un altro modo, essere felici in un altro modo. Largo al Caspitan!.

Ma per tutto questo è necessaria l’educazione. Un sistema nuovo si basa su nuove idee di educazione e di autoeducazione. Dove vogliamo arrivare? Quali passi pensiamo di affrontare per arrivarci? Siamo al pareggio di bilancio, mentre io vorrei uno s-bilancio verso la pubblica istruzione e le risorse destinate all’educazione. Vorrei il diritto a un’educazione alla felicità; vorrei una felicità slegata dal possesso di oggetti; vorrei un’ambizione diversa dal costante inseguimento di cose irraggiungibili, che sono irraggiungibili proprio perchè costitutivamente solo pochi devono averle per marcare una differenza di status.

Ma in effetti chi ha il diritto e la prerogativa di educare? E a cosa? Non lo so. Per ora credo che dobbiamo accontentarci di un’ autoeducazione generata dentro le esperienze di resistesta o le prove tecniche di cambiamento.

Quindi non abbiamo solo bisogno di un soggetto politico nuovo, con un bel programma per vincere le elezioni, ma anche di un nuovo tipo di soggettività politica. Le regole delle sfigatissime assemblee degli indignados hanno questo di bello: io ho la pazienza di ascoltare, io ho la cura di chi mi sta di fianco, io ho la voglia di immedesimarmi nell’altro, io cerco di essere umile nei gesti e nei pensieri, ché la mia idea non è sempre la migliore; io mi siedo per terra e cerco di non urlare, io non ti spacco la faccia anche se ne avrei molta voglia, anche se in passato hai votato Berlusconi o tuo padre è un ricco evasore.

Il manifesto per un nuovo soggetto politico di Mattei, criticato perché molto metodologico e poco politico, in realtà presenta solo un accenno di tutto il lavoro metodologico e pedagogico che bisognerebbe fare per costruire le basi di una politica nuova che sia prima di tutto servizio alla comunità.

Il pandoro si può chiamare solo pandoro e il tofu resta sempre tofu, però “Noi” può voler dire tante cose, e dobbiamo sempre scegliere cosa vogliamo significare.

E dobbiamo sempre scegliere cosa vogliamo sacrificare.

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4 Risposte to “Ti piacerà un pandoro al tofu?”

  1. ermo said

    Grande!
    Un po’ di individualismo, egoismo, menefreghismo esplicito per tutti!
    Avere la percezione il più profonda possibile di se stessi e solo dopo provare il meravigliato piacere nel riscoprire la funzione sociale.
    Un condizionamento che è a carico degli “educatori” ahimè auto proclamati “autorità morale” della propria cerchia.
    Mentori e studenti di “umiltà” ma coraggiosa audacia nel tentare con il rischio di sbagliare.

    Io credo che la riforma della coscienza non passi per forza dalla crisi, ho paura che non ci passi, ho paura che la “ripresa” (sperando che arrivi) sia solo l’inizio di un altro ciclo.
    Molte cose che leggo sono bellissime ma la percezione che vedo tutti i giorni non rispecchia i sogni che galleggiano sulle pagine del mio monitor.

    Sono convinto che il metodo sia la strada giusta.
    Un metodo inappuntabile poiché sempre all’erta dei propri errori ed irruentemente cauto, in grado di fermarsi prima di rompere e trovare sempre la via di fuga in quella che sarebbe un opera titanica.
    Come tu sostieni, ho paura sarebbe difficile mantenere una direzione evolutiva senza un giusto parallelismo tra il gruppo e l’individuo.

    Il difficile è innescare un motore di auto conservazione ed evoluzione che abbia come argomenti il partecipante e le sue relazioni.

    La paura e la fiducia sono trasversali alla coscienza ed alla regola sul piano in cui credo debba essere centrata la soluzione a questo problema.

    Ci una strategia disarmante, una capacità di espressione verbale sopraffina, un’analisi logica cristallina e dei documenti falsi che non si sa’ mai.

    ahahahahaha! a me personalmente piace anche scherzare 😛

    bell’articolo 🙂

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