A volte ciò che sembra non è. Dopo il 15 ottobre.

24 ottobre 2011

A inizio ottobre parlavo con un amico del fatto che qualsiasi cosa fosse successa il 15 l’avremmo capita perfettamente tra minimo vent’anni.
Quando sono tornato da Roma, il 17, ho pensato che forse non sarebbero bastati, oppure, peggio, che non avremmo mai capito niente di quello che è successo.

LA MANCANZA DELLA VERSIONE COLLETTIVA:

Non avevo mai visto un tale esercizio collettivo volto alla ricostruzione degli eventi. Anche dopo il 14 dicembre 2010 si era parlato di “soggettive”. Ma questa volta la sensazione diffusa è di un avvenimento in cui ognuno ha una singola e personalissima “presa” (per usare la metafora cinematografica) di un film caotico e non riconducibile a una sintesi. Certo le motivazioni per questo non mancano: c’era tantissima gente, e non si poteva essere ovunque; il corteo è stato diviso in due spezzoni dagli scontri; la manifestazione è stata per molti “interrotta”, e non è stato possibile condividere in piazza S. Giovanni le diverse esperienze rappresentate.
Però queste risposte non spiegano il perchè di tanto affanno e tanta eterogeneità nelle idee. Allora ho avuto questa suggestione, anche se non esaustiva:
La prima idea è che sia mancata una “versione” collettiva perchè questa manifestazione per la sua complessità aveva bisogno di una “preparazione” collettiva; la cosa è stata delegata al coordinamento 15 ottobre, soggetto che in fondo non è riuscito ad andare oltre la mera coordinazione delle parti politiche foriere della mobilitazione (fallendo tra l’altro anche in questo aspetto). Quindi chi era in piazza sapeva plausibilmente il proprio motivo ma non esattamente quello degli altri. L’unica macro-cornice era l’opposizione al sistema politico economico che ci opprime.
La seconda idea è che sia mancato il momento dell’elaborazione collettiva postuma: a differenza della risposta un immediata e unitaria del 14 dicembre, con lentezza, imbarazzo e difficoltà le diverse soggettività politiche hanno fatto uscire diversi comunicati stampa che interpretavano retrospettivamente le aspettative precedenti al 15 riconnotandole rispetto all’accaduto (premurandosi tendenzialmente di mostrare che avevano ragione prima e ne hanno ancora di più dopo, e magari cercando responsabili diversi da se stessi per l’esito della manifestazione).
La terza idea, che si pone in continuità con le altre due, è che sia mancato il “comizio”. Per comizio non intendo la vetrina elettorale. Intendo invece il momento in cui i vari “leaders” o rappresentanti, sfruttando la propria esperienza e abilità si sfidano nell’esercizio retorico di connettere diversi elementi fruibili dagli ascoltatori; tracciano un disegno storico e politico, e fornirniscono tramite un “discorso” una chiave di lettura degli eventi passati e li proiettano nel futuro. In questi casi probabilmente non è neanche la precisione dell’analisi a pagare, bensì la capacità di fare sintesi usando concetti penetranti, frasi mediaticamente dinamiche e immagini evocative, successivamente riproducibili da chiunque con un certo grado di personalizzazione.
Gli oratori di successo avrebbero fornito il materiale per gli astanti e per la stampa, e la stampa li avrebbe rigirati a sua volta al resto d’Italia. Questi discorsi avrebbero informato riunioni, assemblee, luoghi di svago e di lavoro per giorni.
Il comizio non c’è stato.
Ora pero’ mi chiedo se è un male o se è tanto male che non ci sia stato. Per me è stata una manifestazione mutilata, sì. Avrei voluto ascoltare la Fiom, il Teatro Valle, i No Tav, gli studenti, i precari, i sindacati di base e tutti gli altri riempire piazza San Giovanni con le proprie voci, le proprie esperienze e le proprie idee. Mi avrebbe dato forza e coraggio. Ma cosa avrebbero detto? Come lo avrebbero detto? E cosa avrebbero proposto? Come sarebbe uscito il messaggio? Ma soprattutto, le centinaia di migliaia di persone cosa avrebbero recepito? Come l’avrebbero fatto? Si sarebbero sentite responsabilizzate? Avrei potuto, e pur potendo, avrei voluto io ascoltare anche le voci degli operai incapaci di avere uno stile linguistico elegante o degli studenti sgrammaticati? Credo di sì, ma questo non è potuto accadere.
Forse un tale caos, cioè quello che si è generato a Roma, è più rappresentativo del caos reale in cui viviamo. Forse le voci che avrebbero avuto il difficile compito di interpretare e rimandare dal microfono sensazioni e interpretazioni non sarebbero state all’altezza. Forse saremmo tornati a casa ugualmente dubbiosi, ugualmente delusi, e forse anche meno rabbiosi.
Allora mi viene un’ultima suggestione: e se in questo momento la cosa più importante davvero fosse fare in modo che tutti siano chiamati a responsabilizzarsi e ad agire in prima persona, non delegando in bianco neanche per un innocente comizio?

SCONTRI

L’editoriale di Valentino Parlato de Il Manifesto di domenca è stato oggetto di scandalo per molti. Anche io ho avuto una brutta reazione. Ma non tanto per il fatto che scrivesse sostanzialmente che forse era meglio che ci fossero stati tanti casini (cosa che mi ha fatto sospettare che lui non ci fosse e non sia rimasto deluso quanto chi c’era), bensì per il fatto che l’articolo sottintendeva l’idea, espressa anche nel titolo, che l’esito pirotecnico di quella manifestazione fosse la lettera di risposta alla BCE. Ora, a parte il fatto che se questa è la nostra risposta abbiamo già perso, quello che mi infastidisce è il ragionare in questo modo. Azione/Reazione. Ecco cosa succede a inviare una lettera di merda! Si scatena l’inferno! Paura eh?
Credo che nessuno in BCE si sia spaventato per quel che è successo. Non credo che ad alcuno sia andato il dessert di traverso; anzi, l’avrà mangiato con più gusto: la polizia che difende il loro status ha anche trovato ragion d’essere e lo stato di polizia è diventato una ghiotta prospettiva.
Ma perchè non proviamo a riconnotare l’idea di rivoluzione? La resistenza è esaltante, ma non è la rivoluzione. La rivoluzione, per come la intendo io, non è o non è solo un rovesciamento dei rapporti di potere tra classi sociali, ma è la rottura di vecchi paradigmi e la sostituzione con idee nuove, nuovi ingranaggi, nuovi e sorprendenti modi in cui le cose possono funzionare e funzionano.
Ecco, in questo senso l’editoriale di Parlato centra un punto: è “istruttivo” che ci siano stati questi scontri e queste violenze: perchè non possiamo fare i conti senza gli osti, non possiamo ignorare o bypassare i problemi. Non possiamo arrivare in piazza con la ricetta perché non l’abbiamo e qualsiasi ricetta pronta sarebbe avvelenata. Non possiamo liquidare la violenza con un semplice (e spesso ripetuto da chi forse teme, anche se non credo che dovrebbe, di dover mettere in discussione la propria identità) “non voglio parlare di violenza e nonviolenza o dividere tra manifestanti buoni e manifestanti cattivi”.
Certo che no, non esistono manifestanti buoni o cattivi; certo che sì, dobbiamo parlare di violenza, e parlarne a fondo: osservarla, sentirla, riconoscerla, affrontarla. Ne siamo pervasi, noi e questo sistema. Il capitalismo e noi, e anche noi senza capitalismo. Parlare di violenza vuol dire parlare di umanità. Capire come relazionarvisi, quali aspettative si hanno, come la si affronta in piazza o in un idea di mondo di futuro è un elemento imprescindibile per chi vuole guardare lontano e costruire un obiettivo che diventi “la cosa più importante al mondo adesso”.
Istruttivo come dice Parlato aver a che fare con la violenza nella sua eterogeneità di forme, forse necessario, come sostiene Bifo, per i prossimi dieci anni. Strategico, aggiungo io, affrontare il problema adesso.
Così come è strategico capire subito cosa non ha funzionato il 15 ottobre. Anche questo aiuta a capire dove si vuole andare. Rivoltare i paradigmi. Azione/Reazione? C’è violenza in piazza: ripristianiamo la legge Reale. C’è violenza scriteriata in piazza? Ripristiniamo il servizio d’ordine.
Non credo sia una soluzione. O quantomeno che sia la soluzione che risolve il problema alla radice. Alla domanda di un giornalista sulla manifestazione No Tav del 23 ottobre “avrete un servizio d’ordine per evitare l’infiltrazione di black bloc?” Alberto Perino risponde che l’idea che soggiace alle manifestazioni No Tav è che ognuno è cosciente di ciò che sta facendo, ed ognuno e responsabile di se stesso e si cura delle persone che gli sono attorno. Quindi no, non avranno un servizio d’ordine. Responsabilizzazione dei manifestanti per me è rottura del paradigma, quindi rivoluzionario.
E questo è possibile e sarà possibile grazie ad assemblee preparatorie nelle quali ci si rompe la testa tra consensi e dissensi fino ad arrivare a una scelta comune e condivisa.
Esattamente ciò che è mancato al 15 ottobre, per il quale le assemblee di coordinamento erano tentativi di far stare insieme posizioni partitolari diverse entro una cornice unitaria nella migliore delle ipotesi, e nelle peggiore tentativi di far valere la propria particolare idee politica entro l’estetica di una manifestazione di massa.
Ecco il secondo passaggio di questo movimento: le masse che non possono e non vogliono essere rappresentate da nessuno non vogliono e non possono essere neanche organizzate da nessuno, se non da se stesse.

Annunci

Una Risposta to “A volte ciò che sembra non è. Dopo il 15 ottobre.”

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: