Il mio posto nel presepe

20 ottobre 2011

A Clara

Quando sono arrivato a Roma avevo sonno e mal di testa. Ho pensato che è strano che le condizioni fisiche possano influenzare il tuo personale appuntamento con la storia: ricordarsi il giorno della rivoluzione come quel giorno in cui ti faceva male la testa.
Poi ho visto gente, e ancora gente, confluire in un mare di altra gente, sempre più vasto.
Sono stato più di un’ ora fermo al centro del corteo ad aspettare che partisse. Continuavano a emergere persone dalla metropolitana, come se la terra stesse rigurgitando corpi. Eppure sembrava che lo spazio fosse opprimente. Stare dentro un percorso troppo angusto e disegnato a tavolino. Era tanta gente che si muoveva dentro i binari.  Ecco, più o meno come è la vita di solito. E in questo non c’era niente di rivoluzionario.
Mi sono messo dietro il carro del Teatro Valle Occupato perché mi sembrava il posto giusto per me. Ridevo e ballavo, ma senza alcuna naturalezza, perché ero in attesa. E quest’attesa mi distoglieva in parte dai colori e dalle migliaia di voci e volti che mi circondavano. Durante il corteo Marzia mandava a Francesco gli aggiornamenti da internet e dalla televisione sul cellulare. Abbiamo saputo degli scontri, dei lacrimogeni, delle banche e delle macchine distrutte mentre ancora eravamo chilometri più indietro.
Credo che al tempo dell’informazione ultraveloce si viva una disambiguità, una schizofrenia della propria presenza. I cinque sensi non bastano, poter essere in un solo luogo alla volta non basta. Ognuno poteva vedere solo un piccolo pezzo del corteo. Ma avrebbe voluto vedere e sapere di tutto il resto. Mi sentivo un po’ come quando guardi una partita di calcio amatoriale dal vivo e ti aspetti il replay dell’azione per vedere se c’era o no il rigore. Ma il replay non c’è, e quindi nessuno lo saprà mai. Sì, qualcuno potrà dire di aver visto da vicino, l’arbitro darà una sua versione ufficiale, ma nessuno lo saprà mai come “vero” per tutti se il fallo c’era o meno.
Ecco, nessuno lo saprà mai quanta gente c’era a Roma, nessuno saprà mai cosa è successo “per tutti”. Forse è per questo che ci affanniamo a ricostruire quella giornata: perché non abbiamo avuto il tempo e il modo di crearne un’elaborazione collettiva da riportare a casa.
In quei momenti sentivo fortissimo il disagio di non sapere esattamente come muovermi, di non avere deciso assieme a tutte quelle persone cosa assieme avremmo fatto, soprattutto cosa avremmo fatto una volta arrivati a piazza San Giovanni. Forse anche per questo la costruzione della versione collettiva è quantomai frastagliata e difficoltosa.
Ho pensato come sempre che se tutte quelle persone avessero avuto un obiettivo comune nessuno avrebbe potuto precluderglielo.
Ho avuto anche un’altra sensazione. Quella che tutti avessimo esaurito le parole, che tutti avessimo esaurito i soliti discorsi. Una manifestazione seria, un popolo serio, con poca voglia di gridare slogan e con tanta ansia di iniziare a darsi delle risposte alla domanda: cosa faremo? come possiamo fare?
Poi sono arrivato sul campo di battaglia, e le emozioni si sono diradate. Quello che mi interessava, cioè parlare, interrogarsi, interagire, immaginare, è stato velocemente sostituito da azioni più meccaniche: guardare, annusare, indietreggiare, scappare, correre, resistere, sbuffare.
Ho pensato per un attimo che per me non c’è spazio in questa rivoluzione.
Dopo qualche ora in stazione Termini ho incontrato una ragazza di Catania di 18 anni. Era appena arrivata in treno dopo 9 ore di viaggio, erano le 19.00 e si era persa tutto. Anche per i ritardatari non c’è spazio in questa rivoluzione. Mi ha chiesto se ci fosse ancora qualcosa in giro. Così ho chiamato degli amici di Roma che mi hanno detto che a Santa Croce c’era una piccola assemblea, e l’ho portata lì.
Quando sono arrivato c’erano meno di 50 persone. Poi qualcuno è venuto a sapere che altri manifestanti erano all’univesità, La Sapienza. E allora siamo corsi a prenderli.
Alle 20,30 piazza San Giovanni fumava ancora, gli scontri andavano esaurendosi e i tg già impazzavano di immagini uguali a se stesse. Io invece mi trovavo in un corteo di circa 100 persone che attraversava la città. Mi rendevo conto che era stupido e quasi infantile non volere ammettere che la manifestazione era finita. Però non potevo fare a meno che riconoscermi nel coro che qualcuno ha lanciato. E così mi sono messo a urlare: “LA GENTE COME NOI NON MOLLA MAI, LA GENTE COME NOI NON MOLLA MAI, LA GENTE COME NOI, LA GENTE COME NOI, LA GENTE COME NOI NON MOLLA MAI.”
Ecco, in quel momento mi sono sentito di avere trovato il mio piccolo spazio nella rivoluzione (rimandata).

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