INDIGNATI: LA RIVOLUZIONE DEI RIDICOLI

4 ottobre 2011

INDIGNATI: LA RIVOLUZIONE DEI RIDICOLI

In Italia non ci sara’ la rivoluzione che piacerebbe a me. Non si tratta di violenza o nonviolenza, quello è un discorso secondario, non in termini di importanza, ma temporalità e consequenzialità nel ragionamento.

Partiamo dal principio: sono uno studente e lavoratore non organico ad alcun gruppo. Dopo un autunno di assemblee, il 20 maggio, 5 giorni dopo gli spagnoli, sono andato in piazza per restarci e, tra la piazza, l’università, i bar, il web e le sedi di organizzazioni di ogni sorta, sono in assemblea permanente da allora. E’ vero, quattro mesi sono pochi. Ma abbastanza per tirare le prime somme e le prime conclusioni.

La prima è che qui quasi nessuno è disposto a fare il passo che ritengo necessario per avviare, o quantomeno pensare, la rivoluzione che piacerebbe a me: mettere il tanto millantato bene comune davanti al proprio progetto politico o davanti alla propria ambizione personale. Tanto meno a parlare con le persone comuni e rendersi conto fino in fondo di quanto è difficile e quanto è necessario avviare un processo di produzione politica consapevole con tutti.

Stiamo a sperare che il popolo insorga, o a incitare a farlo, senza chiederci davvero chi o cosa sia il popolo oggi, oppure rendendolo oggetto di analisi storiche didascaliche e accademiche inadeguate o anacronistiche. O peggio ancora oggetto di progetti, senza dargli mai la chance di essere soggetto.

Ho passato più di un mese in piazza con un gruppo spontaneo di persone che cercavano trovare negli indignad@s spagnoli delle modalità nuove di concepire la ribellione e la costruzione di un futuro possibile. E in questo tempo quasi tutte le organizzazioni sono stati a guardare, deridere, criticare l’assenza di un progetto politico chiaro e riconoscibile, diffidare, se non scoraggiare per la pericolosità della deriva antipolitica o “grillista”. Ridicoli indignati italiani.
Ecco cos’è successo da allora ad oggi: i ridicoli e disorganizzati, con le poche forze che hanno, si mettono in rete e cercano di dare vita in tutta Italia ad assemblee e occupazioni di piazza, dialogando con tante realtà e organizzazioni, che sistematicamente danno supporto morale ma si dimostrano non interessate al progetto. Ci diamo un solo obiettivo: la mobilitazione globale del 15ottobre, che da fine maggio compare nel nostro calendario.

Poi ecco che a fine giugno il Popolo Viola, roboante nel nome quanto ridotto nei numeri (saranno dieci persone in tutta italia, visto che la rete territoriale dei viola si è distaccata dai suoi leaders), lancia un’accampata stile spagnolo a montecitorio per il 10 settembre, sperando che l’indignazione italiana venga rivolta vesto “la casta”, specialità dei viola e del suo partito di riferimento, l’IDV.
Allora anche Beppe Grillo lancia una giornata anti-casta, lo stesso giorno, nella stessa città, ma in un luogo diverso.

A fine luglio Uniti per l’Alternativa, cioè il progetto politico della rete dei centri sociali dei disobbedienti, guidati da Casarini, insieme ad altre reti di movimenti universitari, una parte della FIOM guidata da Rinaldini e supportata da Landini quando non è con la Camusso, il Manifesto, Carta, Attac italia e altri, decidono che l’indignazione italiana non può essere lasciata in mano al popolo viola o altri soggetti politici. Quindi adotteranno la data del 15 ottobre e saranno gli Indignati, possibilmente con la I maiuscola.

Nel frattempo gli indignati italiani, quelli ridicoli intendo, iniziano a progettare l’occupazione di Piazza Affari, in contemporanea con quella di Wall Street, il 17 settembre. Ma il 5 settembre vengono anticipati dai sindacati di base e il centro sociale “il Cantiere”, che si accampano davanti alla borsa e si presentano come ulteriori indignati.

Noi indignati ridicoli della prima ora ovviamente siamo contenti del fatto che l’indignazione si stia diffondendo, e non vogliamo il copyright sul nome (che è anche bruttissimo), anche se ci preoccupa la possibilità che diventi una sigla che significa solamente “accampati”, invece che rappresentare la presa di parola dal basso, tramite assemblee orizzontali e tanta abnegazione, della gente comune, convinta finalmente di dover essere l’artefice della costruzione di un futuro alternativo a quello che ci viene prospettato.

A metà settembre ormai tutte le strutture di movimento e i partiti extraparlamentari di sinistra sono diventati indignati. Anche l’Italia si solleverà il 15 ottobre. Pero’ a differenza che in Spagna non ci sarà una commissione di indignad@s a organizzare la manifestazione, bensì un coordinamento nazionale di queste reti neo-indignate.

Così nella capitale parte una serie di assemblee rocambolesche nelle quali l’intento dichiarato è quello di mostrare unità con un mega-corteo, ma l’intento vero è quello di esprimere tramite il corteo e le azioni praticate in quella giornata la linea politica del proprio gruppo, per farne oggetto poi di qualche tipo di rivendicazione, svolta identitaria, mitologia, o semplicemente per far sentire chi scenderà in piazza parte di un progetto politico chiaro e convincente. Palco sì, palco no, assemblea sì, assemblea no, passiamo dal centro sì o no, facciamo gli scontri sì o no.
Non si sa come andrà, ma si sa che a differenza della Spagna quello che succederà sarà stato studiato a tavolino da organizzazioni con un proprio progetto, e non votato in assemblee pubbliche. Certo in Italia non esistono queste assemblee pubbliche in piazza verso il 15 ottobre e neanche una commissione che le coordini. Però potevano esistere, solo che le realtà neo-indignate che sfileranno per Roma con bandierine di partito e di sindacato ritengono l’indignazione ridicola quando non la   convocano loro.

Tutti potremo andare a Roma grazie a chi ha i soldi per prenotare i bus, ma nessuno di noi comuni mortali potrà sapere cosa succederà. Ed ecco che ritorna come secondario il discorso della nonviolenza. In Italia non possiamo neanche permetterci di sceglierla, come in Spagna, perché non c’è alcun progetto unitario di popolo da perseguire tramite uno strumento comune.

Anzi, dopo il primo di ottobre, giorno nel quale i “lavoratori autoconvocati” hanno presentato sotto l’egida di Cremaschi, che rappresenta una minoranza della Fiom, i 5 punti per il cambiamento, è nato un progetto ulteriore che si sta configurando come alternativa politica all’alternativa di Uniti per l’Alternativa, per designare lo spazio politico d’azione di tutti quelli che vi sono rimasti fuori per scelta o per ostracismo.

Così nella mia città, dopo un tentativo di coordinamento territoriale verso il 15 ottobre, la situazione si presenta più o meno così: un sindacato di base convince gli uniti per l’alternativa a non venire perché è un coordinamento riservato a chi fa un percorso alternativo, un altro sindacato di base accusa per questo il precedente di voler egemonizzare il coordinamento e viene a sua volta accusato di voler farvi partecipare tutti perché vuole ritagliarsi il suo spazio in una sorta di nuovo social forum, mentre altri gruppi di autonomi si auto-escludono se ci sono anche gli uniti per l’alternativa.

La rivoluzione come la vorrei io è quella in cui le persone hanno la possibilità e gli strumenti per scegliere e agire, cosa che vagamente nella mia testa assomiglia alla conquista della libertà. E questa  libertà comprende anche quella di non scegliere il mio progetto politico. Questo non vuol dire non avere una struttura o un progetto, vuol dire aprire sinceramente e in maniera disinteressata struttura e progetto alla complessità del “popolo”: mettersi al suo servizio e basta.
Invece il 15 ottobre in nome della libertà, della democrazia e dell’indignazione tutti i protagonisti di questa storia saranno in piazza, a proporre al popolo delle elezioni a liste bloccate con modalità porcellum: scegliete il vostro spezzone, la vostra area, il vostro partito o il vostro sindacato e vi spiegheranno come fare a cambiare il mondo. Ma per favore, non fatevi dare dei “ridicoli”. Ribelliamoci, anche a questo.

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