Comunicazione, ovvero il giornalismo complice.

9 aprile 2011

Vado a una manifestazione che dopo poche ore i giornali descrivono pacifica. Mi chiedo cos’abbia di pacifico una manifestazione di gente inquieta, che protesta per la propria condizione di vita e per le possibilità negate, di gente che si trova in guerra senza averlo scelto e che deve assistere impotente alla morte di centinaia di persone nel Mediterraneo.

Eh sì, certo, non abbiamo spaccato niente. Nessun ferito. Pacifica.

Pacifica per chi? Pacifica per chi ricerca il sensazionale e lo vende. Pacifica uguale inutile, uguale innocua. I giornali non si venderanno.

Vado alla manifestazione e faccio domande ai partecipanti. Molti sono delusi, perchè siamo pochi, perchè la gente è al parco a sollazzare. Alcuni mi colpiscono enormemente. Sono quattro ragazzi con più di tent’anni, tre donne e un uomo. Mi dicono: stavamo pensando che forse dovremmo ricorrere alla violenza. Perchè pare che altrimenti non ci ascolteranno mai. Sono ultratrentenni, e non sono incappucciati, e non fanno parte di alcuna realtà politica, non sono attivisti di alcun tipo.

Dobbiamo ricorrere alla violenza.

Ed è così che nella sottile linea tra “il modo in cui vorremmo fare le cose” e “il modo in cui ci sentiamo costretti a fare le cose”, la nostra struttura, il nostro regime ci tiene in scacco.

Finchè non pratichiamo il sensazionale dei giornali, finchè non usiamo la violenza contro oggetti inanimati e animati, la struttura è pronta ad accogliere ogni tipo di protesta in maniera elastica e sorda, perpetrando la propria violenza senza che nessun organo di stampa lo reputi degno di nota o sensazionale.

Ma se pratichiamo il sensazionale dei giornali il risultato è forse anche peggiore (almeno finchè, come diceva oggi una maestra precaria, non toglieranno il cibo di bocca a tutti): gli scontri, gli attentati alla proprietà privata, gli oltraggi alla “sicurezza” della legge (per non parlare di molotov e di bombe), generano nella sensibilità delle persone comuni la paura sufficiente a creare “lo stato di eccezione”, quello nel quale il governo (inteso in senso lato) puo’ esplicitare la propria sovranità sospendendo (qualora esista) la partecipazione democratica e decidendo arbitrariamente. Cittadino, ti ridarò la SICUREZZA.

Ma io non mi arrendo a dover scegliere tra A e B se portano tutte in un vicolo cieco.

LeproposteconcreteLeproposteconcreteLeproposteconcreteLeproposteconcrete.

Ci provo. Proverò a:

– cavalcare altre forme di sensazionale che vengano legittimate dall’opionione pubblica in quanto forme di arte, in deroga alla legge come lo sono i graffiti.

– fare diventare sensazionali le vite delle persone comuni, un po’ come al grande fratello, ma con il senso opposto, un po’ come a “scommettiamo che”. (Questa proposta è interessante e piena zeppa di forme, idiozie, contraddizoni, pensateci).

– chidere alla gente: ma a te che cazzo ti piace fare? E farlo. Farlo. In maniera sensazionale.

– riflettere sul sensazionale e capire perchè mai è così sensazionale e perchè mai dovrebbe orientare le nostre vite (interrogare su questo e Schopenhauer)

Per ora ho concluso, sono stanco, ma aspetto proposte e critiche.

 

 

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Una Risposta to “Comunicazione, ovvero il giornalismo complice.”

  1. Faty said

    Dovremmo studiare le capacità comunicative di Gesù e degli apostoli.

    Perché la gente ascoltava Gesù?La gente non ascolta mai. Perché Gesù sì?

    Ecco penso che ci serva una specie di laica pentecoste.

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