Scelga un lavoro a piacere

16 febbraio 2011

Grazia, 28 anni, laurea triennale. Nord Italia. Lavori saltuari. L’unica azienda disposta a metterla in regola è McDonald.

Salvatore, 24 anni, diplomato. Sud Italia. Ha cambiato cinque o sei lavori. Tutti in nero, pagati 25 euro al giorno. Per otto ore. L’ultimo giorno di lavoro l’ha passato così: era su un tetto a lavorare quando è arrivato l’Ispettorato del lavoro. E’ saltato sul tetto vicino e ci è rimasto tutta la mattina steso a pelle di leopardo per non farsi vedere. Per fortuna lunedì ha iniziato a lavorare in un’altra azienda. Dopo due mesi in nero gli faranno, dicono, il contratto da apprendista. L’azienda è una grande azienda del sud, multiservizi e presumibilmente multimafiosa. Ma non ci sono prove.

Martino, 26 anni, laurea specialistica. Centro Italia. Finalmente dopo la laurea ha trovato un’azienda che lo assumesse. E’ una delle più grandi d’Italia. In tv c’è una pubblicità molto bella nella quale si fregia di rispettare l’ambiente e altre stronzate. Martino ha deciso che allo scadere del suo contratto biennale, anche se volessero rinnovarglielo, cambierà lavoro, perchè a dispetto di quello che dice la pubblicità, la sua azienda è terribile, e lo costringe a inghiottire rospi e schifo ogni giorno. Dice che ogni volta che sente la musichetta della pubblicità si sente male.

Il lavoro rende liberi.

Riepilogo. Lo Stato prende le tasse, con le tasse paga i debiti che ha fatto, ma i debiti sono troppi e così vende i beni e appalta i servizi. Le aziende giganti appaltano i servizi e sfruttano i lavoratori che sono costretti a lavorare per loro perchè alternative non ce ne sono. I lavoratori usano metà del loro misero stipendio per pagare le tasse, con le quali lo Stato paga i debiti, rubandoli alle pensioni future di chi è in regola (gli altri sono fuori da ogni grazia di Dio).

Il lavoro rende schiavi. I nazisti scherzavano.

C’è una soluzione sola a tutto questo. E non è lo sciopero generale. E’ non lavorare affatto. Pensateci. Ripetiamolo assieme: noi non lavoreremo più e scopriremo magicamente che vivremo lo stesso. Noi non lavoreremo affatto, e vivremo lo stesso.

In fondo si puo’ fare il pane e non farlo per lavoro, si puo’ avere un orto e non farlo per lavoro, si puo’ costruire una casa e non farlo per lavoro, si puo’ suonare e non farlo per lavoro, si puo’ leggere e scrivere e non farlo per lavoro. Si puo’ fare l’amore e non farlo per lavoro.

Infatti, a dimostrazione: l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. E cazzo, si vede.

 

 

 

 

 

 

 

 

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24 Risposte to “Scelga un lavoro a piacere”

  1. Faty said

    Nella società del benessere siamo abbastanza afflitti da obesità e depressione e altro da potere escludere la prospettiva del non lavorare come una prospettiva felice.

    Il resto è molto demagogico.

    • Cosa esattamente è demagogico?

      • Faty said

        Cose tipo: “Si puo’ fare l’amore e non farlo per lavoro.” è molto facile da dire di questi tempi.

        Sostenere che si possa fabbricare il pane e si possa coltivare l’orto e con ciò essere felici è demagogico, no forse ho sbagliato termine, è irreale, illusorio. Per potere fare il pane hai bisogno della farina, per la farina il grano, per il grano hai bisogno di coltivare la terra, quindi hai bisogno degli attrezzi e così via… Per potere vivere devi fare affidamento ad altri non puoi costruirti tutto da solo, devi scambiare, baratto, poi mercato, poi ci si risiamo si ritorna a noi.

  2. Sì quello dell’amore era ovviamente “demagogico” nel senso che volevo dire una cosa che ridestasse il lettore e lo compiacesse un po’ per chiudere il post. Diciamo stratagemma retorico.

    Sul resto invece ho cercato di essere provocatorio perchè credo che abbiamo bisogno di distruggere in continuazione gli schemi che ci impediscono di pensare in altro modo. E’ ovvio che si è interdipendenti e che lo scambio è essenziale all’uomo, sia quello materiale, sia simbolico, sia di informazioni genetiche.
    Ma è un po’ il discorso di Marx. C’è una costruzione culturale dietro al lavoro come lo intediamo noi. E’ mitizzato. E’ legato alla logica della produzione. Sicuramente in una società tutti devono rendersi necessari agli altri, ma ci sono mille modi! Noi invece per lo più ci fissiamo sulla produzione e sulla vendita di qualsiasi cosa.
    Dobbiamo far valere la nostra prestazione produttiva, sia anche in maniera slegata rispetto a quello che facciamo (l’alienazione…). Chiamiamo lavoro in pratica il fatto di stare un tot. di ore in un posto a fare una certa cosa, qualsiasi essa sia. Quindi spesso lavoriamo per lavorare, che ci serve per avere i soldi per esprimere la propria libertà di fare quello che vogliamo. Ma ora questo meccanismo, già brutto di suo, è anche non-funzionante e in un vortice di deterioramento. Soprattutto perchè cerchiamo di produrre e vendere il superfluo per un banalissimo motivo: l’avidità di chi davvero non lavora e puo’ non dire “vado a lavorare”. E l’invidia di tutti altri.
    Quindi: fare il pane e non farlo per lavoro vuol dire semplicemente che io sono un panificatore o sono in quel momento un panificatore e non dico: vado a lavorare, bensì “vado a fare il pane”. Secondo me per ottenere questo basterebbe che le persone avessero scelta. Un reddito minimo e una tetto.

  3. Faty said

    E chi lo dà il reddito minimo e il tetto?

    Se è vero come è vero che noi siamo condizionati da un certo tipo di idea di lavoro abbastanza mitizzata per certi versi, è anche vero che quello di cui parli tu è mitizzato allo stesso identico modo. Non vedo molta differenza. Nel tuo discorso manca un aspetto fondamentale che sempre si trascura in questi casi ed è l’individuo, si parla tanto di collettività, di scambio, della relazione IO-Tu, Io-Mondo, ma non di Io. Dove è nel tuo mondo ideale l’azione individuale, il guadagnarsi le cose, la libera scelta. Non c’è. Tu proponi un modello: come il peggiore degli dei crei il paradiso, ma poi non lasci la possibilità del peccato, della scelta, tu hai deciso. Parti dal presupposto che le necessità e le esigenze dell’uomo siano quello che hai in mente tu. Ma perché? Non puoi distruggere anche questo schema?
    Potrebbe essere vero che io scelga che voglio produrre per potere consumare e consumare tanto per potere produrre perché questa è la cosa che mi dà più soddisfazione? Lo ritieni avido? E allora? Potrebbe essere vero che questo mi fa sentire realizzato? Che mi dà un RUOLO? E che magari avere un ruolo è proprio quello che io cerco? Chi ha deciso che questo è sbagliato? Perché si devono rompere solo gli schemi che si ritengono lontani da sé?

  4. sanalamucca said

    Si torna sempre al punto di qualche post fa (faty ha centrato in pieno il discorso): nei tuoi ragionamenti manca l’individuo che può scegliere, se vuole, di scegliere diversamente da come la pensi tu. Il tuo può anche essere una visione interessante, ma se io ho deciso di produrre l’inessenziale perchè non posso farlo. In fondo l’uomo è anche homo ludicus, dunque ha bisogno del superfluo per potersi divertire. Anche il sesso, se non è procreativo, è superfluo. Eppure ci piace tanto farlo: vorresti eliminarlo?

    • Antonio said

      Guardate che voi mi sottovalutate profondamente, e questo ferisce il mio orgoglio e mi fa anche incazzare. L’individualità dell’uomo e la sua contraddittorietà non sono in discussione, oltre a essere la cose che lo rendono interessante sono anche ineliminabili.
      Questo non ci impedisce di pensare e praticare sistemi di convivenza che limitino al minimo la violenza strutturale alla quale sono sottoposti più o meno tutti gli individui in gradi estremamente diversi.
      Ad esempio esistono diverse persone che non possono permettersi di fare i filosofi del cazzo come me al computer.
      Devo accettarlo in nome dell’individualità. Fatelo voi. Io no, e ne sono orgoglioso. DOpo di che venitemi pure a dire che sono un dittatore comunista se vi fa comodo, ma non mi tocca perchè non è così.
      Esite la possibilità tecnica di dare un reddito minimo e un tetto a molte persone e si possono già sperimentare queste cose, ovviamente con limitazioni. Poi ogni sacro individuo puo’vendersi la casa per un pompino e utilizzare il suo reddito minimo per comprare birra. E questa è la sua libertà e non mi interessa giudicarlo, al massimo capirlo.

      Ma tranquilli. E’ impossibile. Votiamo il PD che invece ha delle soluzioni pratiche e concrete e non utopiche e infantili come le mie. 😉

  5. Faty said

    Guarda che nessuno ha parlato del tuo mettere in discussione l’individualità, è esattamente il contrario tu nelle tue considerazioni la salti, non ne parli, non la consideri come dimensione. Esce fuori solo la tua individualità in base a cui tu proponi un modello. Non lo so mi sembra un procedimento sbagliato, un po’ inconcludente, non solo non concreto, ma un vero e proprio spreco di energie.

    Fare di chi ti fa notare i limiti di ciò che si sostiene dei “venduti” degli incapaci di “sognare” e autocelebrarsi come paladini di non-ho-capito-bene-cosa (il tutto è molto confuso), è una tattica molto vecchia e abbastanza disonesta nei confronti di se stessi.

    Non ti ha detto nessuno che sei un dittatore ( ti piacerebbe eh? :P) non so sana la mucca ma io, ripeto, sostengo che se vuoi parlare di come sogni la società (cosa molto nobile) non puoi partire sempre ed esclusivamente da quelle che sono le TUE esigenze, devi considerare le esigenze degli altri e forse addirittura dei più, altrimenti ciò che dici non ha alcun valore.

    Detto questo mi scuso di essermi permessa di dire la mia se la cosa ti offende.

    • Mi fa piacere che ognuno dica la propria, ovviamente. Scrivo apposta. A volte non scrivo neanche tutto quello che vorrei sperando che qualcuno intervenga.
      Mi offendo perchè non ritengo di rispodere all’idea di me dipinta nelle critiche. Se l’individualità non emerge mettetecela voi, evidentemente non mi riesce. Anche perchè non vedo specificamente cosa c’entri con quello che ho scritto, e vorrei capirlo. In più non mi è sembrato di parlare delle mie esigenze, anche perchè lavoro, ho sempre trovato lavoro, guadagno il giusto, ho tempo per fare quello che voglio. Mi è sembrato solo di lanciare una provocazione che desse più respiro ai discorsi che facciamo tutti i giorni.

  6. sanalamucca said

    Dovresti leggere l’ultimo libro che iperborea ha edito di Arto Paasilinna che si intitola L’Allegra Apocalisse.

    Un mondo più giusto, in cui ognuno ha del suo, sarebbe bellissimo, giustissimo e efficentissimo. Solo se tutti, ma proprio tutti tutti, in quel mondo hanno del loro e si sbattono perchè le cose funzionino proprio così (cioè: tutti si sbattono per fare in modo che tutti abbiano del loro). Il guaio è che oltre ad essere estremamente utopico (qualcuno che diriga la baracca ci vuole, ma a questo punto questo qualcuno deve essere talmente illuminato da accettare tutta una serie di regole che qualcuno d’altro ha determinato prima…ma come si fa a trovare questo iper-qualcuno in grado, poi, di farsi da parte etc etc).
    Ecco: oltre ad essere utopico in questo senso, perchè l’uomo ha per sua natura la necessità di sovrastrutture normative che lo regolino in qualche modo (ogni paese di ogni tempo, anche i più barbari e demoliti, hanno realizzato forme di governo), questo può nascere solo da una imminente catastrofe mondiale e deve, pure, avere dalla sua la fortuna di radunare in un unico luogo una serie di persone adeguate allo scopo e disposte a giocarsela.

    Detto questo: essendo io da sempre un fottuto epicureo tendente all’anarchia (basta vedere come si riduce la mia stanzetta dopo l’ennesimo tentativo di mettere a posto), dico che tutto questo è sbagliato.

  7. sanalamucca said

    ah…dimenticavo. Il mondo utopico deve essere veramente veramente in grado di soddisfare i bisogni di ogni suo singolo e minuto cittadino (e qui subentra una delle molteplici necessità individuali). Cioè si devono, in qualche misterioso modo, annullare tutti i desideri.
    Schopenauer diceva che “solo liberandosi in modo radicale di ogni desiderio, solo estirpando da sé la volontà (!) l’uomo potrebbe superare l’infelicità che fa parte della sua natura”. Da qui il carattere estremamente utopico di un mondo “perfetto”.

  8. demopazzia said

    sono geloso dei tuoi commentatori. Io ricevo solo insulti o approvazioni. Nessuno che mi obblighi a sfogliare il manuale di filosofia del liceo… che tra l’altro non ho fatto!

  9. Faty said

    Molto bene. Tu la metti sul personale: “Mi offendo perchè non ritengo di rispodere all’idea di me dipinta nelle critiche.” solo che mi pare che nessuno abbia tracciato profili psicologici. Se poi tu sei il metodo “d’indagine” che usi in questo post, non è un problema mio, ma non credo che sia così quindi prendi le cose per quello che sono e metti da parte il tuo orgoglio “ferito”. Non sto criticando te, sto criticando quello che sostieni, e il modo in cui lo fai.
    Provo a spiegare che cosa ho voluto dire in tutta questa discussione:
    Parlare di precariato, del mondo del lavoro e dei problemi che lo affliggono è sacrosanto farlo nel modo in cui l’hai fatto tu, a mio modestissimo parere, è demagogico, e con demagogico intendo dire cose scontate che sai che risconteranno un certo apprezzamento tra la gente. Vedi discorso “Si puo’ fare l’amore e non farlo per lavoro”. Dire cose facili da dire, e da sostenere, dare il contentino a chi ti legge. Avrebbe preso molti applausi in una qualche assemblea di un qualche collettivo studentesco.
    Detto questo l’idea che fai venire fuori di società che vorresti tu in questo post come anche in altri è roba trita e ritrita, già visto, già esplorato. Dire il lavoro rende schiavi e non si dovrebbe lavorare, è roba che avrebbe aizzato forse le masse di un’occupazione liceale. Sempre parere mio ovviamente. Tu ti nascondi dietro al concetto di utopia, come del resto hanno fatto tutti quelli che hanno portato avanti questa idea, la questione è in questi termini “Io penso il mondo migliore che sia possibile pensare, ma non si può realizzare. Ah povero me, che sono in grado di sognare. Ah nessuno mi capisce”. Mi pare un po’ patetico.
    La società che noi abbiamo oggi con tutte le problematiche che ha è una società che non ci è stata imposta se ci consideri come umanità, è stata l’umanità che l’ha scelta, storicamente è così, dei motivi ci saranno stati e molti di questi motivi suppongo che debbano essere ricercati nella natura umana. Nulla vieta di migliorarla ovviamente ma sarà sempre l’umano essere a scegliere. Anche l’idea che emerge qui di una società aliena, che ci viene imposta è un concetto molto comodo.

    L’utopia…
    Beh quando dico che non consideri l’individualità, e l’individuo non intendo che tu vuoi fare il Lenin della situazione, intendo invece che ti scordi nelle tue analisi che ci sono altri tipi di persone. La tua utopia per molti è un’idiozia. Molti, tanti, mi azzardo i più non vogliono affatto un mondo come quello che vuoi tu, e non lo vogliono non perché sono più cattivi o meno sognatori, o meno coraggiosi, o più stupidi, ma non è quello che sognano. E’ dagli albori che l’umanità ha rifiutato il paradiso terrestre, dei motivi ci saranno. Indagherei su questi motivi piuttosto che ribadire concetti al quanto discutibili. In questo senso mi permetto di dire che il tuo uno spreco di energie almeno che lo scopo non fosse quello di presentare il tutto alla prossima edizione di vieni via con me.

  10. demopazzia said

    Scusate ma, forse sono strabico, io in questo post ci vedevo l’esaltazione dell’individualità. La libertà di poter scegliere se lavorare o meno senza per forza dover far parte dell’ingranaggio Stato(ricordate Chaplin se vi da noia Marx) e riuscire a vivere lo stesso cos’è se non l’esaltazione dell’individuo? Chi vuol lavorare lavora, chi non vuole non lo fa. Cosa c’è di più individualistico?

    • Faty said

      Okay. E chi non vuol e lavorare come fa? Come vive?

      • Sì, a parte il fatto che nella prima risposta ho già spiegato che la provocazione di non dire “lavoro” o “posto di lavoro” voleva togliere il carattere di necessità cosmico/storica al modo in cui noi, e solo noi, intendiamo il lavoro. Ecco a parte questo, l’esempio che ho fatto, cioè partire con delle sperimentazioni tipo reddito minimo, provate su piccolissima scala in lazio e campania, potrebbero semplicemente aiutare l’individuo che si trova in una fossa profondissima ad avere il tempo di guardare un attimo fuori prima che arrivi palata di terra e lo seppellisca. Ad esempio io quando ho avuto la possibilità economica di “scegliere” tra diversi lavori e riufiutarne alcuni perchè avevo tre mesi di stipendi arretrati sono riuscito a trovare un lavoro che mi andasse bene. Cosa ben diversa quando sono stato costretto ad accettare il primo che mi hanno offerto in mezzo alla strada.

        Ovvio che chi non fa niente di niente non puo’ in questo momento aspettarsi una grazia. Ma 1- c’è già chi non lavora e vive benissimo di rendita, quindi non è strutturalmente necesssario che si lavori tutti. 2- ieri sera a parla con me c’era Ciampi, e ha detto: per vivere assieme ci vogliono gli ideali, per costruire il futuro ci vogliono gli ideali. Quando avevo 24 anni tornai dalla guerra e Livorno era devastata, non c’era niente, niente di niente. Cazzo non ha detto “eh beh l’ha scelto l’uomo”. Ha detto che ogni giorno si rimboccavano le maniche e ogni giorno erano contenti di vedere che era un po’ meglio del giorno prima, anche se adesso, a novantuno anni, non vede l’Italia che avrebbe voluto. Ma cazzo sarà meglio del ’45…

    • sanalamucca said

      sarò rapido perchè devo preparare una lezione ma questo è un discorso oltremodo egoista. Io, personalmente, non ho parlato di egocentrismo ma di individualità. Nessuno può permettersi di non lavorare (e in una condizione socialista tantomeno) e di non produrre, almeno per sè, il proprio fabbisogno. In fondo siamo animali: si è mai visto un animale che non caccia o non va in giro a brucare erba o alberi?
      L’uomo ha, diversamente dagli animali, il concetto di sè come essere-che-desidera o essere-che-vuole. La felicità viene proprio dal risolvere certi conflitti con il proprio io-desiderante. Ma siccome non siamo in grado di non desiderare (ci troveremmo in uno stato di atarassia colossale che ci impedirebbe di muoverci) tack, salta fuori che vorremmo proprio quella cosa lì, dovremmo mangiare quell’altra cosa là…e come le otteniamo queste cose?
      anche rubare diventa un lavoro…

      • Faty said

        Assolutamente d’accordo.

      • Esatto: l’hai detto! Anche rubare “diventa” un lavoro. Quindi non lo era? Bravo, hai trovato l’esempio che non riuscivo a trovare. Anche rubare puo’ diventare lavoro, quindi vuol dire che non lo è, è fuori dallo statuto, dal paradigma di lavoro. Su questa differenza si basa l’ultimo pezzo del mio post.

  11. sanalamucca said

    soccia però…tu prendi l’ultima frase di un intervento molto più ampio e la rendi paradigma di un discorso altro.
    A livello semantico /rubare diventa un lavoro/ può significare varie cose. Fra le altre quella che rubare /è/ un lavoro.
    Non ci sono cose fuori statuto perchè ogni cosa che facciamo produce.

  12. demopazzia said

    si però se riprendi l’esempio dell’animale che si caccia il suo cibo citi il post di antonio e gli dai ragione dove dice “si puo’ fare il pane e non farlo per lavoro, si puo’ avere un orto e non farlo per lavoro”.

    Sinceramente non capisco di cosa stiate discutendo. Cioè dove stia il disaccordo e dove stia il totalitarismo del post. M

    • sanalamucca said

      chiedo scusa…a questo punto credo proprio che stiamo parlando di due cose completamente diverse. rinuncio a cercare di farmi capire, sempre con grande rispetto per i miei interlocutori, ovviamente.

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