SWASH

5 febbraio 2011

Uno di loro si impietrisce in mezzo alla strada semideserta e urla: CERCHIO. Un altro, poco più basso, snello e scuro di carnagione congiunge le mani sulla fronte e grida: SWASH. Così gli altri, ancora nel moto del passeggio, iniziano a menar sberle e cazzotti coi guanti di lana in testa a uno di loro, lungo e secco, coi capelli lunghi e il giubbotto viola. Dopo alcune sferzate il gruppetto si riassesta. Quello che le ha prese si ricompone, si sistema i capelli lunghi e neri e starnazza ridendo: Oh ma che cazzo fate, io non le so le regole di sto gioco, che cosa devo fare?

Allora un altro torna a calcificarsi: CERCHIO. Tutti sono già pronti a menare ma quello bassotto e arabeggiante li inchioda lì sullo slancio, e invece di gridare SWASH dichiara TIME OUT per spiegare al nuovo venuto le regole di questo gioco strepitoso.

Cammino dietro ai mocciosi, li guardo da vicino e mi fanno ridere. M’aspettavo che il ragazzo col giubbotto viola si ribellasse, piangesse o che ne prendesse troppe, tanto da costringermi a intervenire con la mia autorità paterna nel regolamento di quel gioco. Invece le ha prese ridendo. Sono quasi orgoglioso di lui.

Si fermano a raccontarsi le parole d’ordine, li attraverso e li supero. Rido, e affondo per un istante in un rettangolo di sole liberato dalla sequenza cementizia che mi sovrasta. Mi guardo, coi miei denti ancora bianchi, il mio sorriso canino mai sicuro e mai finto, mi piaccio. Ripenso alla donna racchiusa in un panno nero e amorfo che le lasciava scoperti solo gli occhi. Forse è la madre di uno di questi. Era in autobus con me.

Poi mi riconsegno all’ombra, e mi trafigge un pensiero, un terrore. Ho il vestito scuro e la camicia bianca. Nella mia borsa pacchi di documenti e vite. Che io sia un inganno? Io faccio quello che gli altri ritengono giusto, mi comporto nel modo giusto, tutti mi appoggiano. Solo che loro non hanno il coraggio o la forza di fare quello che faccio io. Domani incontro il presidente. Domani incontro il presidente e gli chiedo così: signor presidente lei non ritiene che questo sia giusto? Ed egli mi risponde: ma lei davvero crede di rappresentare le persone? Se le persone volessero intimamente quello che dice lei non esiterebbero a comportarsi di conseguenza. Lei rappresenta la verità di facciata, lei è stato creato dal buonsenso, ma le persone desiderano altro, e fanno altro. La cosa più triste è che lei è l’unico a credere a quello che fa. E magari ci si trova anche bene, e questo è ancora più triste. Suvvia, lasci fare a me.

Il bambino col giubbotto viola urla: CERCHIO. Il piccoletto congiunge le mani sulla fronte e urla: SWASH. Mi hanno raggiunto. Prendo schiaffi e cazzotti mentre mi piego coi pugni stretti sulla testa per proteggermi. Mentre rido starnazzo: oh cazzo fate io non so le regole di sto gioco!

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