La mia specialità: Stream of consciousness

2 ottobre 2010

Per chi non lo sapesse “tabù” deriva dalla parola tàpu, che in vari gruppi linguistici del sud est asiatico vuol dire pressapoco “separato”, cioè sostanzialmente “sacro”, “santo”, più o meno come nella nostra cultura. Sacro in quanto separato e non direttamente accessibile.
Ci sono cose “un po’” tapu, nel senso che si possono sì pensare o pronuciare, ma se ne avverte la sacralità, ed essa può risiedere nel significato piuttosto che nel significante: cioè la parola non è sacra ma il suo significato sì. Il significante è pubblico e accessibile ma il significato non puo’ essere immediatamente compreso o domandato a cuor leggero.
Qualcosa di simile sono le parolacce che un bambino spesso pronuncia senza conoscerne il significato: sa che non deve chiedere a suo padre cosa vuol dire “rottxxncxxx”, il significato è tapu. Io stesso per anni ho pensato che il “figlio di puttana” fosse una specie di soldato orfano che camminava nella melma e sotto la pioggia dandomi le spalle. Non chiedetemi perchè.
Ci sono gesti che possono caricare di sacralità una parola o una frase, e tra questi gesti sicuramente sono efficacissimi quelli presi a prestito dagli uffici religiosi.
“La religione è l’oppio dei popoli”.
Da che ho memoria mio padre commenta così ogni servizio di telegiornale riguardante la religione che lo abbia vagamente colpito. Porta sguardo e ciglia in posizione sapiente, allarga le braccia attorno al petto leggermente rigonfio come un Papa in procinto di recitare la somma invocazione, sospira leggermente e: “Eh…La religione è l’oppio dei popoli”.
“Amen” verrebbe da rispondere, e basta.
Non so a quanti anni abbia iniziato a chiedermi cosa fosse l’oppio dei popoli. Non so a quanti anni abbia avuto il coraggio di chiederlo a mia madre. A mio padre non l’ho mai chiesto, mi sembra che al suo solenne monito non si possa replicare alcun che.
Ricordo che una volta provai una strategia alternativa. Alle elementari un capitolo del libro di storia si chiamava “le guerre dell’oppio”, e ne approfittai per dire ad alta voce “mio padre dice sempre che la religione è l’oppio dei popoli”, sperando che la maestra mi illuminasse nel collegare le due frasi. Invece non disse niente. Probabilmente pensò che mio padre era marxista e che non fosse il caso di sbilanciarsi in commento alcuno in un paese governato da decenni dal senatore democristiano “Ciccio” Patriarca.
A una certa età iniziai ad avere il dubbio che mio padre in realtà non sapesse assolutamente cosa volesse dire quella frase, ma la piazzasse lì dove sembrava potesse starci bene, caricandola di una enfasi tale che essa non potesse che apparire come la sacrosanta verità dei fatti.
Ora che ci ripenso, credo che il vero tapu della situazione si situasse e si situi nella distanza che separa la parola oppio dai miei genitori. I miei genitori in fondo hanno una scarsissima idea di cosa sia l’oppio, quasi come me con “figlio di puttana”. Probabilmente immaginano fumerie orientali con grandi tappeti e arabeschi e assonnati notabili baffuti vestiti di sete pregiate e cangianti. Non sanno ad esempio che l’oppio si puo’ trovare anche in Italia, che “una bella fumatina d’oppio dopo l’esame” è una pratica se non diffusa, quantomeno esistente, e che io ho visto, ho visto di persona l’oppio; e avrei anche potuto fumarlo! Ma avevo paura di ridurmi come i popoli. In un perenne stato di rincoglionimento. Dannati popoli andate a San Patrignano.

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