Secchia Ovest (La seconda decade di Agosto)

6 settembre 2010

Fermo! Così diceva la guardia giurata lanciandosi goffamente alla rincorsa del ladro. E non ce n’era neanche bisogno, perchè si era già fermato. Forse lo voleva, voleva che lo fermassero, che lo scoprissero, per poter esibire ancora davanti a tutti i suoi occhi di ghiaccio, la sua pelle tesa, il suo corpo asciutto incurvato in maniera beffarda, le rughe leggere attorno alle labbra, e soprattutto l’espressione indecifrabile del ladro senza cuore, un sorriso indifferente prodotto senza muovere alcun muscolo della faccia. Un sorriso che non c’è, che è solo il negativo dello sgomento che brucia nel petto del buono, che si chiede come faccia, come faccia il ladro a stare dritto in piedi sulla vita come un Dio del surf. Non diceva niente, perché non c’era niente da dire. Preso? No, scoperto. Poco male. Solo per un attimo, prima di guardarlo in faccia, il buono potè pensare di avere vinto il ladro. Egli era del tutto indifferente. Splendente come una statua di marmo.
Fermo! Così diceva la pasciuta guardia giurata che inseguiva un taccheggiatore snello e abbronzato, ventidue anni di scatto e incoscienza che volavano verso la macchina. Il poliziotto invece sapeva fare il suo mestiere, e non aveva urlato. Gli amici lo guardavano ansanti con la macchina già accesa. Già avevano capito. Il più piccolo rideva in maniera isterica, tanto che il ladro poteva sentire gli acuti di quell’orribile berciare sgusciare tra le scie rumorose e calde delle automobili in transito. L’adranalina avvampava le vene dilatate dalla corsa e gli tirava le labbra in un ghigno incotrollabile. Poi un violento schiocco di ossa e ferro lo abbracciò rovinandolo a terra. Preso. Sì, preso. Un colpo secco e doloroso come una mazzata. Poi gli occhi indemoniati del poliziotto addosso. E il buono si fa cattivo, e il ladro si fa pecora. Ha paura il giovane ricco e abbronzato, e balbetta, e chiede scusa, e piange e si ritrae.
Fermo! Diceva il poliziotto grasso e baffutto che doveva sorvegliare l’uscita. Ma il furbo queste cose le mette in conto prima, così l’agile ragazzo con gli occhiali e la barba di due giorni e l’accento di un sud Italia che aveva lasciato da tempo volava con in mano la refurtiva. Lo sguardo ce l’ha vispo e traditore, il sorriso appena abbozzato. Che gridi pure la guardia giurata, ormai lui è lontano, è salito in macchina e i denti sono già fuori e sorridono al suo amico che sta sul sedile del passeggero con in mano un canna da accendere. Il successo e gli ormoni lo incendiano e lo fanno sentire più rigido, più alto, più muscoloso. Tutto è più veloce, tutto può essere piegato. Così è giusto, pensa e dice esagerando, perché sono dei bastardi, perché i soldi, perché chissenefotte.

Scelgo cosa rubare all’Autogrill, immagino cosa dirò o cosa farò se suonerà l’allarme, se mi fermerà qualcuno. Il cuore mi batte forte. Devo farlo, stavolta devo farlo.
Sono indeciso, sudo. Prendo due o tre cose quasi a caso, forse un libro perché si era detto in spiaggia che rubare i libri è anche giusto, che la cultura non si può vendere. Sono bianco, non so dove guardare. Non vedo niente, sento solo un fischio grave.
Esco, sono fuori. Non ha suonato, non mi hanno visto.
Sto per sorridere, ma non lo faccio. Sto per ridere per l’adrenalina che scarica, ma non lo faccio. Mi sento uomo. Mi sento come mi immagino un uomo. Un uomo vestito bene, un uomo con la valigetta, un uomo come mi dicono i grandi, un uomo con un segreto e con le preoccupazioni della vita e una gerarchia di cose importanti.
Sto bene ora.
I colori sono più tenui, ma non mi dispiace. Gli odori sono odori, e non c’è niente che non vada. Il vento è fresco.
Ho rubato. L’ho fatto finalmente.
Ed è normale come il resto. Passa. Si è fatto, si fa. È tutto normale. Ora so cosa un uomo può fare. E mi sento solo e solamente normale. L’ho fatto anche io.
Piccolo, non più in alto. Non più sospeso. Non ho più niente da recriminare e da rivendicare. Non ho più quella tensione e quella rabbia che non mi facevano mangiare e non mi facevano dormire. Non me ne ricordo il motivo.
Tranquillo, quasi sorridente, assolutamente normale.

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2 Risposte to “Secchia Ovest (La seconda decade di Agosto)”

  1. Faty said

    Mi era sfuggito questo post.

    Una volta ha rubato anche Giove. Giove Latro.Rubò un righello. Un righello di venti centimetri. Giove lo riteneva necessario quel righello per potersi considerare un uomo anche lui come te. Il righello era la sua unità di misura, e rubarlo era la sua misura. Vinse. Rubò il righello alla cartolaia riconosciuta universalmente come “La ladra” e gli sembrò d’avere fatto cosa buona e giusta. Era all’altezza del righello e del suo essere uomo. Uscì dal negozio “La ladra” non aveva una guardia a proteggerla. Giove Latro poté tranquillamente allontanarsi senza che nessuno sapesse di quanto lui fosse uomo.
    Solo che Giove, lo sai, è un tipo un po’ così e uscito dal negozio venne travolto da un uragano. Pensò che essere uomo valeva sempre meno dell’essere vivo, quindi tornò indietro entrò da “La ladra” e le comprò una riga da 50 cm.
    Giove Latro sentenziò che bisogna sempre scegliersi l’unità di misura più grande e ad essa relazionarsi, ma relazionarsi per davvero direbbe qualcuno.
    Ma Giove è un tipo un po’ così, lo sai.

    (stranamente comprensibile)

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