Limon, azucar, cafè, y Pampero: El ritual.

18 agosto 2010

Non si può dire che io non sia laureato in Antropologia. Lo sono. E che cavolo!
Ma di certo non sono un antropologo e, non temendo di essere radiato da albo alcuno, vi renderò noto uno dei più importanti segreti della disciplina: se una cosa non è definibile, o la sua definizione non ci convince, o è opinabile, o la cosa stessa intrinsecamente perde valore o lascia emergere delle contraddizioni nel momento di essere definita, la si rende al plurale.
Cultura? Culture.
Mondo? Mondi.
Universo? Universi.
Orizzonte? Orizzonti.
Etnicità? Le Etnicità.
Post-modernismo? Post-modernismi. Tanto non ha senso nè al singolare nè al plurale.

Ci sono ambiti in cui non funziona: Amore non puo’ dirsi Amori senza che gli occhi si facciano più spenti, i lineamenti più scuri, e che la gravità ci inchiodi a terra.
Peggio ancora, e per fortuna, “TI AMO” non ce l’ha il plurale. O meglio, ne ha uno “falso” e tremendamente veritiero: “Ti ami”. Ma se sei arrivato al punto che stai cercando il plurale di TI AMO, caro amico, ti sei ficcato in una situazione che non ti invidio neanche un po’ (ma possiamo parlarne se vuoi).

Comunque come al solito io non volevo parlare di questo, quanto del “Rito”: convertiamo al plurale qualsiasi cosa ma il rito no. Se c’è una cosa che l’Antropologia domina e può definire senza esitazione e imbarazzo è IL RITO. Però c’è un trucco. Per il rito si può parlare, invece che di definizione, di “definizioni”. D’altra parte è materia complessa. Io vorrei dare un mio parere assiomatico, volgare, impreciso e superficiale sul rito: il rito funziona quando riesce a riassumere bene e in immagini efficaci qualcosa che è già presente in modo sciolto e prosaico all’interno di un contesto di relazioni.
Qual’è la forza del rito? È il fare; fa, costruisce, monta, smonta, rende partecipi, si insinua nelle fessure, si inscrive nella carne. È una esperienza drammatica, è una storia che si ripete e mai identica benchè uguale.
È un modo di dire, ed è efficace. Ora, nonostante nelle ultime venti righe siano stati toccati i più disparati ambiti dello scibile e soprattutto dell’inintellegibile umano, aggiungiamo un altro elemento del tutto incoerente:

LA SPADA NELLA ROCCIA.
La spada nella roccia racchiude e dischiude in immagini quasi tutto il contenuto della mia educazione. Forse perchè era calzante, come un rituale, anche se molto più dolce e infinitamente meno violento. Una cosa da bambini felici, non da adulti incastrati nella vita.

Tutto questo solo per dire che: se dobbiamo dire una cosa diciamola così, almeno ai bambini, almeno ai bambini! Una storia complessa, una saggezza espressa, non sciorinata. Un racconto che si vede, che si fa, che rende testimonianza. I dubbi, le ombre, e soprattutto l’attenzione ai dettagli, ai colori, alle forme, alla colonna sonora, ai suoni, che tutto quel che si muove fa rumore.

(Ai più lucidi e ai pochi che saranno arrivati fino in fondo non sarà sfuggito che questo discorso non ha un oggetto. Il mio oggetto è stato “la principessa e il ranocchio”, però preferirei che ognuno scegliesse il suo e vi applicasse quello che di utile puo’ essere stato scritto in questo delirio)

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7 Risposte to “Limon, azucar, cafè, y Pampero: El ritual.”

  1. adalbertoparenti@libero.it said

    è il tuo primo post che sono riuscito a leggere fino in fondo… con addirittura l’illusione, o la presunzione di averne capito il significato, o quanto meno di avergliene dato uno interessante. quindi, grazie e buona notte

  2. alessandro said

    varie:

    qual è si scriverebbe senz’apostrofo…poi vedi tu 😀

    non è chiaro come consideri la principessa e il ranocchio. io l’ho visto l’altra sera all’arena è mi dispiaciuto alquanto non avergli concesso l’occasione a Natale. Gravissimo mio errore di sottovalutazione. starò più attento in futuro con le produzioni disney-che-torna-al-classico.

    • Beh di solito lo scrivo bene, a volte sbaglio, però non è un errore grave, alcuni addirittura lo tollerano. Non ho espresso il parere infatti sulla principessa. Il film in sè l’ho trovato carino, divertente, soprattutto certe scene, quelle di casino. L’ho trovato finalmente curato nella combinazione tra immagini e suoni e la colonna sonora NewOrleansiana se non era stupenda, era decisamente carina (non ne capisco molto di musica, ma è la patria del jazz giusto, e però la lucciola Ray era un omaggio a Ray Charles?). Però la canzone “Io ce la farò” mi sembrava bruttina e soprattutto mi metteva un po’ a disagio. Ne ho discusso con una persona che aveva un’idea meno positiva di me sul film, e ho capito che in effetti il motivo del leggero disagio era un eccesso didascalico. La “morale” era raccontata, esplicitata in modo sin troppo semplice nei dialoghi già dalle prime battute. Troppo facile no? Ovviamente abbiamo fatto l’errore di paragonarlo a “La spada nella roccia” e il film si è liquefatto al confronto. Altra cosa: i disegni dei personaggi erano autocitazioni Dinsey? Quella come idea non era male, pero’ forse espressa non al meglio, e soprattutto mi si faceva notare che i disegni delle rane erano proprio bruttini. Ecco, queste sono le criticità. Però rimango di parere positivo sul film, più che sufficiente, degno di Natale. Secondo me c’è anche un problema di direzione, credo che il ritorno al classico sia stato dettato anche da un momento un po’ critico, di riflessione sulle vie che si vogliono percorrere con l’animazione per piccini, che è uscita dalla dimensione fiabesca e spesso accoglie trasversalmente l’animazione destinata agli adulti che accompagnano i bambini al cinema. Non lo so, molti cartoni che ho visto utimamente mi hanno lasciato perplesso, sembravano incerti e confusi. Tu che ne dici?

      • alessandro said

        ma…guarda. sui cartoni animati si potrebbero scrivere millanta post senza mai arrivare ad un punto di convergenza. c’è chi preferisce la scuola americana, chi quella orientale, chi vede in disney il fautore di un percorso pericoloso e pernicioso per l’animazione.
        principessa e ranocchio mi è parso un film onestissimo, realizzato in un “luogo” che negli ultimi anni ne ha viste di cotte e di crude (new orleans), un ritorno alle musiche “semplici” dei primi film (qui è chiaro il ritorno sfacciato agli aristogatti) e un’animazione facile da seguire, poco caotica e decisamente poco incline alla mimesi con la realtà (questione che pare diventata essenziale ed esistenziale per chi si avvicina al mezzo di questi tempi). l’animazione “per piccini” come la definisci tu ad un certo punto non è mai stata solo per piccini. fra rimandi intertestuali, ipertestuali e extratestuali ogni film diventa un universo enciclopedico monumentale. anche nella principessa c’è un po’ di questo e un po’ di quello. il coccodrillo, se non ricordo male, si chiama louis (come armstrong, del quale suona pure la tromba), la lucciola ray come charles, che era di albany, georgia (profondo sud degli states).
        sulle aspettative rispetto al film si potrebbe parlare pure. chi è ormai imbottito di immagini pixar, dreamworks o altro, magari le può trovare povere, inconcluse, “bruttine” (?!). ma qui però si passa all’accademia. non è il mio campo.

  3. Dai adesso che ci penso potevano spingerci di più sulla musica! Comunque le rane erano bruttine, gli altri no!

    • alessandro said

      le musiche, soprattutto i pezzi dixie sono strepitose. il brutto e il bello, da sempre, sono categorie classiche che non concepisco, da buon vecchio romantico…

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